
Fino a che punto abbiamo il coraggio di sostenere di credere in Dio e far valere rigorosamente la legge sulla Terra da lui dettata? Da quando l’uomo ha il “potere” di decidere se la vita di una persona deve giungere al termine?
Queste sono solo 2 domande che riflesse allo specchio non saranno lette da destra verso sinistra, ma la loro fusione darà, come per magia, in una triste realtà, una sola parola: EUTANASIA.
Questa sorta di tendenza medica nei confronti dei malati, chiamati terminali, è vista, oramai, come l’unica soluzione per porre fine al loro calvario.
Ed è, anche da questa etichetta, “malati terminali” che nasce la mia riluttanza nei confronti di questa nuova ideologia “risolutiva”, ma terribilmente comune.
Dico terribilmente perché sono alte le percentuali che, ahimè, vado a leggere, di chi è favorevole a spegnere dolcemente la vita di un individuo, destinato, nessuno sa per quanto, in un letto, e collegato a dei macchinari che sono da sostegno per la sua vita.
Ma poiché, questo è un mondo vario e da tale presenta diverse scuole di pensiero, non c’è da stupirsi se il 76% degli infermieri CREDENTI sostiene di essere favorevole all’eutanasia.
Questo paradosso, definirei, è la conferma che nella parte razionale di ognuno di noi si sia dissolto, quasi a nostra insaputa, quel senso di fede che in sé per sé, non possiamo percepire come qualcosa di materiale, ma una volta scoperto e coltivato, può rivelarsi più prezioso di mille tesori.
Si sa, però che “tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare” e molti non riescono a scovare quel tesoro nascosto in ognuno, perché sono accecati dalla ricerca di cose esclusivamente materiali, per trarre benefici fugaci.
Altri credono sia solo una perdita di tempo, o meglio, non trovano il tempo e implorano l’aiuto all’Altissimo solo nel momento del bisogno; altri ancora considerano un castigo le malattie, le discordie che ci vengono mandate e per rabbia, tendiamo ad allontanarci da Dio, dai Sacramenti, pensando sia la soluzione migliore.
Non mi considero uno stinco di santo, non emetto sentenze senza appello, ma mi limito, come al solito, a esprimere il mio pensiero e magari sottolineare ciò che viene ignorato.
Capita che la gente, in questi discorsi, si giustifichi dicendo che l’importante è credere, oppure che Dio abbia lasciato anche il libero arbitrio; però, fino a che punto si può trarre vantaggio da queste posizioni?
Credere in Dio significa credere nella sua esistenza, in quello che lui ci chiede di fare e metterlo in pratica.
Purtroppo, non è quello che sta accadendo intorno ad Eluana Englaro, come non lo è stato per quelli che l’hanno preceduta. Innanzitutto, sono del parere che un tumore in stato avanzato, meningite fulminante, stato vegetativo da anni non siano situazioni da considerare terminali; nessuno può dire che ormai non c’è speranza in un risveglio di Eluana, nonostante il tempo passato.
Proviamo a pensare ad una persona che tenta il suicidio perché in un stato depressivo e ad Eluana, in stato vegetativo dopo un incidente: disagi diversi ma con lo stesso obiettivo, morire.
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Come aiuteremmo chi tenta di “sopprimersi” in uno stato depressivo, cosi dovremmo lottare per far vivere Eluana e chi vive la sua stessa situazione, se pur ci sia un consenso della persona stessa.
Se non vogliamo combattere per la vita di questa ragazza, non crediamo in un miglioramento della sua salute, tanto vale lasciar morire chi tenta il suicidio, perché non crederemmo in un cambiamento della sua salute mentale.
I medici o la giustizia non possono cambiare il destino di Eluana, solo perché il padre è costretto ogni giorno ad uno “spettacolo” definito pietoso da lui stesso, dall’opinione pubblica o dalla descrizione di un giornalista, circa la quotidianità della ragazza.
Non metto in dubbio che si tratti di una situazione delicata e soprattutto dolorosa; qualsiasi genitore pregherebbe perché un figlio sia felice e in salute.
Proprio per questo, il papà di Eluana dovrebbe rialzarsi, abbandonare quell’ostinazione verso la giustizia per ottenere quel “via libera all’assassinio”, abbracciare la croce e continuare a pregare, a lottare con fede e amore per salvare sua figlia.
Cerchiamo di capire che bisogna fare ciò che vuole Dio, non l’uomo.
E per Dio, Eluana dovrebbe esser lasciata vivere… anche nella sofferenza.