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Ultimo aggiornamento: 29-07-2010 11.30
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Home->Il Salotto buono->A proposito di democrazia liberale

A proposito di democrazia liberale
(di Enzo Lattante)

Sono frastornato e preoccupato. Dinanzi all’ingrovigliato gomitolo che è lo scenario politico italiano di questi ultimi tempi che pare non avere né capo né coda, resto confuso e frastornato. Ed esiste reale il timore che chiunque tenti di dipanarlo rischi di rimanere avviluppato a sua volta nel guazzabuglio, perdendo, in assenza di bandolo, lucidità e capacità d’analisi.

Ma poiché l’amor proprio e quel di patria sono così radicati in me che, al pari della speranza, non intendono morire prematuramente né tantomeno abdicare in favore del laissez- faire e del qualunquismo, mi corre l’obbligo pur arduo della ricerca di quel bandolo che certamente deve esistere al di là delle apparenze.

Dinanzi alla forma ed ai contenuti della reazione del nostro Presidente del Consiglio all’apprendimento della decisione della Corte di Cassazione che gli negava la possibilità di trasferire in altro luogo il processo che lo vede imputato a Milano (e con essa la sicurezza della prescrizione per scadenza dei termini) c’è da restare non solo allibiti ma indignati.

Per quanto riguarda la forma, oltre ad un soffocato tentativo di protesta da parte dei giornalisti RAI che si sono sentiti trattare più da postini che da professionisti dell’informazione, null’altro è emerso a contestare che quanto mandato in onda a reti quasi unificate da Rai e Mediaset non era la ripresa televisiva d’una conferenza stampa, com’è prassi consolidata in tutti i paesi ove vige l’autentica democrazia liberale, ma un manufatto preconfezionato, un video-clip alla Bin Laden che in nessun modo poteva essere spacciato per comunicato stampa.

Per quanto riguarda i contenuti esiste un appello di Libertà e Giustizia in cui si contrappongono al discorso del Cavaliere almeno tre precisazioni di cui riporto fedelmente il testo:

- Non è vero che in una “democrazia liberale” la magistratura debba essere sottoposta ad altri poteri. L’art. 104 della Costituzione dispone che: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

- Non è vero che chi governa è giudicato solo “dai suoi pari”. L’art. 96 della Costituzione precisa che “Il Presidente del Consiglio e i Ministri, (…) sono sottoposti, (persino) per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria (…) ”.

- Non è vero che “il governo è del popolo”: è la giustizia che è amministrata “in nome del popolo” (art. 101 della Costituzione), ma non in nome di una maggioranza elettorale. La legge è uguale per tutti, maggioranza e minoranza e non vi è spazio per impunità nelle “democrazie liberali”. Così come non vi è spazio per nessun tipo di dittatura della maggioranza.

Ma questo è solo un appello, per giunta isolato, lodevole per quanto si voglia, che somiglia tanto ad un grido disperato nel deserto. I grandi giornali del nostro Paese cosa fanno? Il Corriere, La Repubblica, La Stampa, perché si limitano a fare della cronaca quando il momento è quello di prendere netta la posizione della legalità? Se le dichiarazioni di Berlusconi fossero state pronunciate da Bush, Blaire, Chirac, Aznar o Schroeder cosa sarebbe successo nei loro paesi? Come minimo la messa in stato d’accusa dell’interessato per vilipendio della Costituzione sul rispetto della quale egli ha giurato.

Noi, invece, ci limitiamo a sottoscrivere delle precisazioni come se stessimo correggendo il compitino d’un alunno distratto. Come non chiedersi a questo punto: ma la nostra democrazia è reale? Quanto il popolo italiano è affezionato alle sue istituzioni? Quanto è disposto a lottare per difenderle? Come interpretare dinanzi ad affermazioni così gravi da parte del capo del governo l’inquietante silenzio della libera stampa e delle istituzioni a partire dalla Presidenza della Repubblica ai leader dell’opposizione? Occorre forse ricordare loro che i più efferati dittatori del secolo scorso sono anch’essi giunti al potere per via democratica? Occorre ricordare che le loro dittature si sono gradualmente consolidate grazie alla tacita connivenza della stampa e di un’opposizione incapace? Ma se i fratelli Albertini che dirigevano Il Corriere della Sera nel ’22 temevano che loro belle macchine tipografiche venissero distrutte dalle squadracce fasciste, oggi, i vari direttori delle più importanti testate nazionali cosa temono di grazia? Cosa teme il nostro Presidente della Repubblica? E i Fassino e i Rutelli? Possibile che a ottant’anni di distanza l’Italia senta ancora il bisogno di essere guidata da un novello Uomo del Destino?

Decisamente c’è da rimanere sconcertati dinanzi a questo “stiamo a guardare che succede” che pare sia l’atteggiamento adottato dai più. Cosa di peggio può capitare di vedere se non il disamore e la crescente sfiducia del cittadino italiano nei confronti delle Istituzioni democratiche? Ogni imputato in ogni processo giudiziario non si sentirà autorizzato anch’egli a diffidare della serenità del giudizio (quando gli sia sfavorevole) se a dargli man forte è lo stesso capo del governo e tutto il suo seguito di pedissequi? Quanto potrà essere credibile e soprattutto autorevole una magistratura che venga quotidianamente attaccata e denigrata dal potere politico?

Ed è qui che si perde il bandolo della matassa. Nel momento in cui si confondono (o si tende a far confondere) le vicissitudini giudiziarie del capo del governo col teorema della supremazia della Politica sulla Giustizia. A prescindere dal merito del tutto discutibile e astratto se la Politica debba prevalere e condizionare la Giustizia e non piuttosto il contrario, appare evidente ed inaccettabile (passando pari pari dall’astratto al concreto) il principio per cui verrebbe sancita la supremazia dei politici sui magistrati. Tanto più se quest’ultimi sono solo dei laureati che hanno vinto un concorso e non sanno quanto costi farsi eleggere in Parlamento.

C’è da dire che questa storia della supremazia non è l’ultima invenzione di Berlusconi ma risale ai tempi di Mani Pulite. Era la poco sottintesa difesa di Craxi e dei tanti politici implicati nei famosi processi. Ma non solo, anche Massimo Dalema, nel periodo del suo premierato, si è dimostrato strenuo propugnatore di tale perniciosa convinzione. E’ vero, la giustizia nel nostro Paese non funziona. I processi sono interminabili, gli errori giudiziari imperdonabili, l’impunità per i potenti una regola, oltre l’80% dei reati restano impuniti e la Corte Europea di Strasburgo si è stancata di sanzionare l’Italia per le irregolarità procedurali di cui sono viziati i vari processi. Di chi la colpa? Dei magistrati infingardi indolenti e in malafede (e di sinistra) o di una legislazione elefantiaca che tutto ammette e tutto disconosce?

Cari parlamentari, voi che non necessitate né di laurea né di concorso per essere eletti, che interpretate la maggioranza dei voti ricevuti come l’unzione del Signore, per cui vi ritenete intoccabili e infallibili, ebbene dimostrate la vostra supremazia promulgando quelle leggi che rendono più giusta la giustizia così come si conviene in un’autentica democrazia liberale, come anelano i cittadini di questo nostro Paese.

15 febbraio 2003

Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto…quello buono.

Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it

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