Nell’antica Roma repubblicana esisteva una figura politica di grande rilievo: il censore. I censori, sotto ogni aspetto ed effetto, erano due magistrati e venivano eletti dai comizi centuriati con compiti di grandissima importanza nella vita pubblica. A loro, ad esempio, veniva affidata la redazione del bilancio dello stato, la concessione degli appalti e la manutenzione degli edifici pubblici ma non solo: potevano appunto “censurare” la lista dei senatori (lectio senatus) quanto la condotta dei cittadini (iudicium de moribus).
Figura emblematica quel Marco Porcio Catone passato alla storia appunto come Catone il censore. Una figura discussa per le sue prese di posizione non sempre cristalline ma che ci è stata tramandata quale esempio di vigilanza costante e di determinazione incrollabile nel perseguimento degli obiettivi. Di modeste origini contadine, riuscì a far esiliare, pensate un po’, un rampollo della potente famiglia degli Scipioni, proprio il famoso Africano, e a far condannare, per peculato, Lucio, fratello di questi!
Convintosi che a nulla sarebbe servito scendere a patti con Cartagine, per tre anni, dal 149 al 146 a.c., anno della distruzione di quella città, concludeva ogni suo discorso in senato, di qualunque argomento si discutesse, con la memorabile perifrastica “Carthago delenda est” (Cartagine dev’essere distrutta). Non c’è che dire, davvero un gran bel temperamento! I censori scomparvero, c’era da scommetterci, sotto il periodo imperiale di Roma e, da allora, più nessuno si è sognato di ripristinare una funzione pubblica paragonabile a quella.
Nelle moderne democrazie non esiste il moralizzatore, il fustigatore dei costumi, colui che non solo con le parole ma anche con azioni concrete è in grado di denunciare e portare in giudizio chi devia dalle regole costituite. Ma le grandi democrazie moderne si sono strutturate con organismi di sorveglianza, le cosiddette “authority” che vigilano affinché la propria Costituzione non venga mai violata né nello spirito né nel dettato.
Il nostro Presidente del Consiglio, ad esempio, con i suoi carichi “pendenti”, le sue uscite “irriverenti” ed i conflitti “interessanti” se fosse nato in America (un Paese che, grazie a Bush, egli dichiara di amare sopra ogni altro), non avrebbe potuto emettere nemmeno i primi vagiti, politicamente parlando, perché sarebbe stato stroncato sul nascere dalle vigili e temibili commissioni parlamentari di quel Paese.
Anche in Italia sono state istituite, scimmiottandone il termine, le figure delle “authority”, ma sono authority all’italiana! Chi è stato designato per controllare non controllerà mai, con equanimità chi, di fatto, lo ha messo lì per controllare e poi, nei tempi difficili della flessibilità, delle riconversioni e dell’interinalato, non è forse umanamente comprensibile cercare di conservare il proprio posto di lavoro? In Italia, quindi, l’unica figura istituzionale che potremmo paragonare, in qualche misura, a quella del censore d’antica memoria, è il Presidente della Repubblica. Nulla da sperare, infatti, dall’opposizione parlamentare che, in virtù delle leggi maggioritarie, potrebbe decidere di ballare la tarantella sui banchi di Montecitorio senza, per questo, riuscire a smuovere di un solo millimetro le decisioni della maggioranza.
Fuori causa la magistratura che, allo stato attuale, se si azzardasse ad indagare su qualche politico verrebbe prontamente esposta alla gogna mediatica con l’accusa di giacobinismo becero e giustizialista. E c’è poco da aspettarsi anche dalla cosiddetta libera stampa dove, stringi stringi, i direttori delle testate giornalistiche più importanti scoprono che onori e carriera mal si conciliano con l’intransigenza (morale) e che chiudere un occhio e tapparsi un orecchio, magari creano qualche problema (di coscienza) ma, di sicuro, non alimentano le inimicizie che contano!
Per queste ragioni, le speranze di quella parte del popolo italiano che sta assistendo attonita, incredula e schifata, alle manovre dell’attuale governo, sono interamente nelle mani di Carlo Azelio Ciampi. Questo governo, infatti, grazie al sostegno di una maggioranza pedissequa, smidollata e, in ogni caso, complice, mira alla realizzazione di un progetto perverso che legittimando la detenzione e la concentrazione dei poteri più forti, quello politico e quello economico, nelle mani di un unico individuo, gli garantiscono l’insindacabilità e l’intoccabilità.
Come un baco col suo bozzolo, questa maggioranza, democraticamente eletta dal popolo, sta confezionando a se stessa ed all’intera nazione l’aborrito abito del regime totalitario. Come non ricordare con apprensione le parole di Indro Montanelli quando diceva: ”…nella mia vita non ho mai assistito alla sopraffazione di una democrazia ad opera di una tirannia. Sono, purtroppo, stato testimone della nascita della tirannia sulle ceneri di democrazie estintesi per morte naturale.”. Mi viene da dire che noi italiani, in questo senso, abbiamo già dato!
Purtroppo, anche il censore Ciampi pare non venga molto ascoltato quando, nei suoi diplomatici discorsi, indica, corregge, incita, si augura che, ecc. ecc.. Cos’altro gli resta se non negare d’apporre la sua firma sul mal legiferato? Era quanto, in tanti, si aspettavano per la legge sull’immunità delle cinque maggiori cariche dello Stato. Non è accaduto. Si crede per due motivi. Il primo è che Ciampi vuole distendere gli animi e non far fare una brutta figura all’Italia nel semestre di presidenza nella UE. Il secondo è che, probabilmente, spera che un Berlusca più tranquillo sia anche più trattabile e magari eviti, per il momento di legiferare, sul presidenzialismo.
Ma Ciampi, non ha neanche finito di pentirsi, se mai l’ha fatto, di quella firma che già gli si presenta un’altra grossa occasione, quella sulla legge Gasparri per il riassetto radiotelevisivo, per dimostrare le sue capacità di censore. Se quella legge dovesse passare così com’è stata presentata, per cui Emilio Fede e Rete4, pur privi di concessione, potrebbero continuare ad infestare l’etere pubblico, sapremo, questa volta con certezza, che in Italia non esiste alcun tipo di censore con buona pace di Catone e soprattutto nostra.
Maglie, 30 giugno 2003