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Quanti di noi ricordano un galantuomo della politica come Giovanni Spadolini? E quanti di noi rammentano quale fosse il chiodo fisso di questo professore universitario, insigne storico, direttore di grandi testate giornalistiche e soprattutto uomo onesto? Era, per l’appunto, la cosiddetta questione morale.
E a cosa si riferisse Spadolini, quando proponeva che venisse affrontata con serietà e determinazione la questione morale, è presto detto. Si riferiva all’asservimento della politica agli interessi economici di gruppi corporativi con diramazioni nelle varie cosche di stampo mafioso, all’abuso spudorato del clientelismo e del nepotismo, alla corruzione dilagante nei vari livelli della burocrazia dello Stato.
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Un breve refresh per chi non ha i capelli grigi come me. Erano gli inizi degli anni ottanta e le cronache politiche, giudiziarie e nere riportavano nomi quali Michele Sindona, Roberto Calvi, Licio Gelli, l’arcivescovo Marcinkus, Ciro Cirillo. Il turbinio di violenza delle Brigate Rosse continuava a sconvolgere il Paese instaurando un clima d’insicurezza civile e di destabilizzazione politica che toccò livelli tali da far temere per l’Italia l’avvento di un regime del terrore di cisalpina memoria.
Il primo Presidente della Repubblica di estrazione socialista, Sandro Pertini, reagì alle rivelazioni sulla corruzione dilagante e sul malcostume designando, nel giugno del 1981, per la prima volta dopo il 1945, un Presidente del Consiglio non democristiano: il repubblicano Giovanni Spadolini.
Spadolini ruppe con le abitudini consacrate. Cercò (va sottolineato lo sforzo non sempre riuscito) di scegliere i suoi ministri senza tener conto delle indicazioni delle segreterie dei partiti e pose alla testa dei conglomerati industriali di proprietà pubblica specialisti di vecchia esperienza e non i soliti accoliti politici. Indagò sui massoni della misteriosa loggia P2, dichiarandola illegale e destituendo gli alti ufficiali delle forze armate che vi risultavano iscritti.
Combattè la micidiale arroganza della mafia siciliana nominando Carlo Alberto Dalla Chiesa prefetto di Palermo, ignorando che stava, in tal modo, decretandone la condanna a morte. La sua esperienza in qualità di Presidente del Consiglio terminò nel novembre dell’82 dopo aver guidato due governi consecutivi di pentapartito. Nonostante divisioni e lacerazioni tra democristiani e socialisti riuscì a dare un’idea di novità nello scenario politico nazionale che Indro Montanelli definirà “Odore di pulizia”.
In seguito fu chiamato a capo di diversi ministeri anche durante il rampantismo craxiano ed è bene ricordare che egli prima di accettare di far parte di qualsiasi governo poneva la pregiudiziale che tale governo riconoscesse e s’impegnasse ad affrontare la questione morale, ossia quel male metastatico che affliggeva la società italiana. Nel 1987, divenne Presidente del Senato e conservò tale carica fino al 1994, anno in cui per un solo voto, quello di un senatore (che non merita citazione) eletto tra le file dell’opposizione ma prontamente passato alla maggioranza, subì l’umiliazione di non venire riconfermato nella carica che venne in tal modo ricoperta da un berlusconiano, un certo Carlo Scognamiglio (e chi se lo ricorda più?).
Offeso dall’arroganza della nuova classe dirigente che, pur professandosi liberale, non lo aveva lasciato, lui che liberale era davvero e da più tempo, come scrisse Montanelli, “morire sulla poltrona più alta di Palazzo Madama” il 4 agosto del 1994 cedette al male che lo tormentava da mesi.
Come mai in queste afose giornate di fine luglio mi sovviene la storia di Giovanni Spadolini e della sua questione morale? E’ presto detto anche questo. A prescindere dalle rocambolesche avventure dell’attuale guardasigilli (ministro della Giustizia) tale ing. Roberto Castelli che tenta di fare baratto di “grazie” col Presidente Ciampi, che, interpretando a modo suo le leggi, blocca le rogatorie poi chiede una consulenza al Parlamento (sic!) poi, illuminato da Fini, sblocca le rogatorie perché ora è tutto chiaro ecc. ecc., una notizia mi ha fatto letteralmente trasecolare.
Apprendo dai giornali che, secondo la Commissione Antimafia, la mafia, in Sicilia, praticamente non esiste più o quantomeno non rappresenta un pericolo serio per la società civile per cui è del tutto inutile che procure come Firenze, Caltanissetta e Palermo continuino ad indagare su presunti mandanti di terzo livello e a sognare di cupole inesistenti.
La parte della Commissione Antimafia in rappresentanza della maggioranza governativa ha approvato con i suoi 22 voti, contro i 16 dell’opposizione, la relazione annuale, di oltre seicento pagine, in cui si minimizza la presenza della mafia sia nel contesto nazionale sia in quello internazionale.
A questo punto, rivolgendo il mio pensiero a Spadolini che immagino su di una nuvola-libreria intento a sganasciarsi dalle risate fino…alle lacrime, mi dico delle due l’una: o il governo Berlusconi, realizzando il sogno spadoliniano, ci ha finalmente liberato dall’incubo della piovra mafiosa o, finalmente, la piovra mafiosa ha raggiunto lo scopo di andare al governo.
Buone vacanze a tutti.
31 luglio 2003
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto…quello buono.
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