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Per le mie modeste ed ormai consuete considerazioni di questo fine mese che, bontà sua, Cliomg gentilmente accoglie nel suo palinsesto, avevo deciso di dedicarmi esclusivamente al problema del traffico di Maglie. Un problema fortemente sentito da tutta la popolazione e dai numerosi visitatori del circondario. Ma l’evento inusitato che ha colpito tutti gli italiani indistintamente quale l’interruzione dell’energia elettrica dal Monte Bianco a Capo Passero è di così grande rilevanza da impedirmi di farlo passare sotto silenzio.
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I due temi, all’apparenza molto dissimili tra loro, a mio modo di vedere sono invece accomunati dal medesimo denominatore: sono entrambi il frutto di un tipo di politica facilona e pressappochista.
Se contagiati dal virus della follia, non saremo in grado di dare una risposta chiara e categorica, con i mezzi propri della democrazia, liberandoci dal giogo malefico di certi interpreti della politica, sapremo di meritarci tutto quanto di peggio ci accade e, senza rimpianti, potremo dire addio alla speranza di un riflusso positivo, ed all’intero sistema delle maree.
27 agosto 2003
Partiamo dall’attuazione del cosiddetto PUT (Piano Urbano del Traffico). Il mattino in cui siamo usciti da casa e ci siamo imbattuti in una selva di segnali stradali il cui rispetto, dopo estenuanti giri viziosi, ci riportava esattamente al punto di partenza, abbiamo pensato ad un brutto scherzo dei tecnici addetti alla segnaletica. Era evidente, dovevano essersi sbagliati. Faccio un esempio.
Dal Residence 80 dovevo recarmi al forno di Angelo Paiano sito all’inizio di Via Mazzini. Imbocco Via Umberto I e quindi Via Pisanelli ma, all’altezza di Piazza Capece un luccicante divieto d’accesso mi costringe ad inserirmi in Via Ginnasio ed a ritrovarmi, così, in Piazza Aldo Moro. Non posso risalire da Via S. Giuseppe in quanto la svolta a sinistra nella piazza è transennata. Imbocco Via Roma e svolto in Via Ospedale. Mi immetto quindi in Via Ricci ma, all’incrocio con Via S.Antonio Abate, un altro bel segnale nuovo di zecca mi obbliga a svoltare verso Via Gallipoli. Al semaforo giro a sinistra per Via Vittorio Veneto, quindi m’immetto in Via De Revel, costeggio Piazza Tamborino, imbocco Via Muro e, finalmente, svoltando a sinistra, faccio il mio bell’ingresso in Via Mazzini. Mi fermo davanti al forno accendo le quattro luci lampeggianti perché sto sostando in doppia fila e di trovare un parcheggio non se ne parla. Tra semafori e ingorghi ho trascorso un buon “brutto quarto d’ora” per un percorso che di solito m’impegnava per pochi minuti.
Certo è che a tutto ci si abitua e, presto, se la smetteranno di rimodificare tracciati già rimodificati, troveremo la via più breve e consona per le nostre abituali destinazioni ma, se il fine dell’attuazione di questo benedetto PUT era quello di snellire e rendere più scorrevole il traffico automobilistico, appare chiaro che non è stato raggiunto. E non è stato raggiunto, a mio parere, per due motivi principali. Il primo dei quali è che non è sufficiente mettersi a tavolino con la mappa stradale della città e stabilire asetticamente di qua si passa e di qua no secondo principi meramente teorici.
Esistono, infatti, strade con una loro specifica vocazione. Via Roma, ad esempio, è una via che non ammette scelta al senso unico e consentirne l’accesso da Nord a Sud e viceversa per poi convogliare tutto il traffico nello stretto budello di Via Ospedale è quantomeno improprio e privo di praticità. Le vie d’una città, per i suoi abitanti sono un po’ come gli indumenti che s’indossano. Esse si adeguano e si conformano al carattere stesso dei cittadini. E come per un vestito non è pensabile scambiare la manica destra con la sinistra senza causare grosse difficoltà di movimento delle braccia, allo stesso modo le consuetudini di attraversamento del proprio paese non vanno stravolte pena un processo di estraniamento e disaffezione.
Il secondo motivo, per cui questo PUT si è rivelato, in pratica, un fallimento è che il vero, grosso problema del traffico cittadino è l’assenza di parcheggi. Com’è possibile vantarsi del fatto che la nostra cittadina sia il centro commerciale più importante del sud Salento e non prevedere adeguate strutture d’accoglienza? Chi non riesce a parcheggiare, dopo vari lenti girotondi, motivi non secondari di rallentamento del traffico, si fermerà anche lì dov’è vietato restringendo, di fatto, la carreggiata e divenendo causa d’ingorghi.
Se esistessero i parcheggi, i signori vigili potrebbero essere molto più severi nel perseguire chi non rispetta i divieti di sosta o di fermata con grande sollievo per la circolazione. Maglie, molto più che di un nuovo piano del traffico, necessitava di un piano dei parcheggi.
Questa sarebbe stata la vera grande trasformazione dell’assetto cittadino. Aver perso l’occasione di realizzare al posto del vecchio mercato coperto il megaparcheggio di Via Otranto è stato un errore imperdonabile. Cambiare tutto, perché poi tutto resti come o peggio di prima, dimostra la scarsa lungimiranza della nostra amministrazione. A questo punto come impedire alla malizia di sbizzarrirsi con l’idea che probabilmente le aree destinate ai parcheggi, per qualcuno, siano troppo preziose per essere adibite all’uso pubblico?
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Domenica 28 settembre 2003 ore … già che ore sono? Un’occhiata alla radio sveglia: spenta. Il solito led del televisore: spento. Vuoi vedere che questa notte abbiamo dimenticato accese contemporaneamente lavatrice e lavastoviglie ed è scattato l’automatico? Assonnato e contrariato scendo dal letto e vado a controllare. Tutto in ordine. Squilla il telefono. E’ mia figlia che mi chiede se anche noi siamo senza luce. Tento di chiamare il numero verde dell’ENEL: occupato durante la selezione. Chiamo il 115. Gentilmente i vigili del fuoco m’informano che trattasi d’un black-out generale e che si stava tentando di ridare energia in modo graduale a cominciare dal Piemonte. Sulle cause nessuna notizia. Vado in bagno: manca anche l’acqua. Maglie è stata riallacciata alla rete elettrica alle ore 18,30 circa ed in modo alquanto discontinuo.
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Oggi, “the day after” cerco di farmi un quadro, in base alle notizie fornite da televisioni e giornali di quanto e come sia accaduto. Sembra che un albero, in seguito ad un forte temporale, si sia schiantato su certi cavi dell’alta tensione, in Svizzera, provocando un’interruzione dell’erogazione di energia elettrica che serviva appunto le linee italiane. Subito mi sorge un dubbio. Che tipo d’albero mai sarà stato? Forse una sequoia californiana? Perché non credo che gli abeti alpini riescano a tangere, anche solo con la punta delle loro cime, le campate dell’alta tensione notoriamente poste ad un’altezza dal suolo mai inferiore ai 20 metri.
Comunque si sia verificata quell’interruzione, durata pare appena quattro secondi, sta di fatto che tanto è bastato per causare il distacco automatico di tutti i generatori di energia dalla rete elettrica nazionale secondo un cosiddetto “effetto domino”. In pratica, è accaduto il contrario di quanto sarebbe dovuto accadere. Nella filosofia della distribuzione dei carichi, infatti, allorquando, per un guasto o per manutenzione, viene a mancare l’apporto di uno o più generatori, dovrebbero attivarsi, per sopperire a tale assenza, in modo automatico, i generatori di riserva.
E’quanto accade normalmente negli ospedali, nelle centrali telefoniche, negli aeroporti o negli impianti militari. Non appena viene a mancare l’energia tradizionale fornita dall’ENEL, si avviano automaticamente i gruppi elettrogeni che consentono il proseguimento dei servizi. Come mai ciò non si è verificato a livello nazionale? Pare abbastanza chiaro quanto preoccupante. I generatori di riserva, nel nostro caso rappresentati dalle varie centrali elettriche dislocate sul territorio nazionale, non sono entrate in funzione per il semplice fatto che il loro stato dinamico non era in stand-by, come suol dirsi in termini tecnici, e, quindi, pronte ad intervenire in riserva calda ma erano del tutto spente. Un dato per tutti. Per mettere a regime d’erogazione la centrale di Cerano che tutti noi salentini ben conosciamo ci sono volute quasi quindici ore.
Ora non si tratta di tornare a perorare la causa persa del nucleare, come a qualcuno farebbe comodo, ma piuttosto di ricercare a chi appartengano le responsabilità di una simile gestione della rete elettrica nazionale. Se sia cioè frutto di precise scelte politiche o meramente economiche. Si dice che l’energia nucleare proveniente dall’estero costi poco e che mantenere tutte le nostre centrali attive, anche solo in stand-by, sia troppo oneroso. Fra le tante frottole propinateci non so più se includerci anche questa. Di sicuro non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non è possibile andare in giro per il mondo vantandosi d’essere la 5a o la 6a potenza industriale mondiale per poi tornare a divenire, in una notte, l’irrisa cenerentola di sempre.
Un ultimo aspetto infine vorrei sottolineare. Ignoro quanto, in questa vicenda, contino i rapporti di certo non idilliaci che si sono creati tra il nostro Presidente del Consiglio ed il Presidente francese Chirac. Ma se analizziamo bene il tempismo con cui si è verificato l’evento e l’assenza di un reale, grosso danno economico al sistema Paese, è difficile non farsi prendere dal sospetto che il tutto possa essere stato ben programmato, se non addirittura pianificato, per dare un severo colpo al nostro crescente rampantismo filoamericano. Chi vivrà, vedrà!
E’ il 29 settembre 2003
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto…quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it