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Ultimo aggiornamento: 29-07-2010 11.30
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Home->Il Salotto buono->Le foglie secche d'autunno

Le foglie secche d'autunno
(di Enzo Lattante)

Quand’ero bambino, la scuola iniziava per tutti il 1° d’ottobre. Si era in autunno ed anche se le giornate non avevano ancora indossato il rigido abito invernale, l’aria era frizzante e pregna di mille profumi. Si percepiva quasi il ribollire dei mosti mentre agli angoli delle vie fumavano sulle graticole le caldarroste. Alla fine delle lezioni, noi, sciame di scolari urlanti, ci riversavamo nella via attraverso lo stretto giogo della cancellata mentre le gambe, troppo a lungo sacrificate in un’assai poco naturale inattività, ci partivano in una corsa sfrenata fatta di senso di liberazione e gioia di vivere.

Di quelle corse, lungo il viale alberato che ci portava dalla “Virgilio” fino in Piazza Vittoria, ricordo in particolare il turbinio delle foglie morte, in cui venivamo avvolti, creato un po’ dal vento ed in parte dalla nostra stessa foga. Quanto diverse sono le uscite da scuola dei nostri bambini! Oggi, un esercito di genitori tassisti attende i propri figli che, quasi compostamente, sotto il peso di zaini più grandi di loro, cercano tra la folla chi li riporterà sani e salvi a casa.

Cos’è che spinge una mamma a lasciare sul fuoco la pentola del ragù per correre a prelevare il proprio rampollo da scuola se non la paura? Paura che il figliolo si perda per via, paura di un incidente, paura di cattivi incontri, paura di un rapimento, se ne sentono tante! Una paura che ignoro fino a che punto sia legittimata da motivazioni reali ma che certo è alla base di quell’insicurezza che, pian piano, ha modificato radicalmente le abitudini degli italiani.

Reputiamo che i nostri figli non siano più al sicuro nelle nostre città e noi stessi non ci sentiamo al sicuro. Eppure, se prendiamo ad esempio la nostra città, Maglie sembra abbastanza tranquilla. Non si ha notizia di rapimenti, stupri, scippi, adescamenti di minori e di tante altre violenze. Sia all’ora d’ingresso sia a quella d’uscita dalle scuole la polizia, municipale e non, è attenta e puntuale. Ma nonostante ciò l’insicurezza generale permane. E allora mi domando: l’apprensione naturale dei genitori nei confronti dei propri figli in che misura può venire alimentata ed acuita dai continui ed assillanti allarmismi massmediali?

Ma il timore per l’incolumità propria e dei propri cari non è, purtroppo, il solo tipo d’insicurezza che affligge questa nostra moderna società. Esiste l’insicurezza nei rapporti umani. La televisione, che monopolizza l’attenzione delle persone, impedisce che esse si esprimano e si confrontino tra loro e non è raro che padre e figlio un bel giorno si riscoprano perfetti sconosciuti pur essendo vissuti da sempre sotto lo stesso tetto.

Si ha paura di chiedere, si ha paura di dare, si ha paura di guardarci dentro, si ha paura del giudizio altrui, si ha paura di non essere all’altezza dell’idea che abbiamo di noi stessi. Intanto, siamo sempre pronti a giudicare il nostro prossimo, precludendoci la possibilità di comprenderlo e lasciamo che la TV esprima quei dettami comportamentali che non siamo più in grado di gestire in modo autonomo sentendoci, come i protagonisti del “Grande fratello” costantemente sotto l’occhio di un obiettivo, perennemente attori di noi stessi, praticamente falsi.

Ma restando nel tema delle insicurezze collettive, vorrei descriverne un’altra, a mio parere di gran lunga più incisiva e corrosiva del tessuto sociale, che nasce dalla nuova concezione del lavoro. In tempi non lontani, il figlio del contadino o dall’artigiano, pur senza grandi entusiasmi, aveva la certezza che anche il suo lavoro, da adulto, si sarebbe svolto tra i campi o nella bottega paterna.

Se avesse avuto la possibilità e la volontà di studiare, poteva ambire ad impieghi nella burocrazia statale, nella vita militare, nelle strutture istituzionali o addirittura nel libero professionismo. L’assunzione di tali impieghi era garanzia di un futuro tranquillo per sé e per la sua famiglia. Oggi, che la maggior parte della manodopera viene assorbita nel cosiddetto terziario, ossia nel campo dei servizi, e nel manifatturiero, si parla di flessibilità del lavoro, di lavoro in affitto, di contratti a termine, co. co. co. e via discorrendo.

L’individuo, in pratica, lavora per il tempo strettamente necessario all’azienda e viene licenziato nel momento in cui l’azienda reputa che non ci sia più bisogno di lui. Si finisce per lavorare pochi mesi in un anno, senza alcuna garanzia sindacale con le ripercussioni facilmente immaginabili sia sul piano del reddito, sia su quello previdenziale ma soprattutto su quello psicologico.

Qualcuno dice: meglio lavorare così che non lavorare affatto. Non intendo approfondire il cinismo della parte padronale che emerge da certi slogan ma il buon senso ci dice che la nascita di un’azienda si fonda su esigenze di mercato ed essa produrrà e si consoliderà perché in grado di rispondere a quelle esigenze. Può accadere che nel giro di pochi anni il mercato si modifichi e che quelle esigenze vengano meno: in quel caso o ci si ristruttura, mantenendo l’occupazione, o si fallisce, licenziando il personale. Ma sono processi che durano anni non mesi.

I nostri giovani non si sposano più. Come si può pensare di metter su famiglia in queste condizioni? Restano in casa con i genitori la cui pensione, che si vuole anche ritoccare verso il basso, è il vero, reale ed unico ammortizzatore sociale che funziona nel nostro Paese. Altro che guerra dei padri contro i figli!

Non potersi immaginare un futuro, neanche a breve scadenza, crea una grande frustrazione. La frustrazione, a sua volta, è una matrigna che cova nel suo seno figli come l’intolleranza, la criminalità organizzata e il terrorismo. Cos’altro ci si può aspettare da una società civile agitata come le foglie secche d’autunno dal vento malsano dell’insicurezza?

30 ottobre 2003

Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto…quello buono.

Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it

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