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Viva l'Italia
(di Enzo Lattante)

Che strano Paese è quel Paese a forma di stivale! A ben guardarlo, sulla carta geografica, non si capisce se stia cercando di prendere a pedate il resto del mondo o perfezionando la strategia della fuga preventiva. Con molta probabilità, è a questa ambiguità geofisica che vanno addebitati taluni aspetti del carattere dei suoi abitanti un po’ guasconi e un po’ maramaldi. Smargiassate e vigliaccherie sono il sale e il pepe della nostra genìa e con esse il grande Alberto Sordi ha costruito la sua carriera artistica ed esorcizzato le coscienze dei suoi connazionali. Ma sciocco sarebbe chi, volendo tirar fuori dal cilindro, a forza, uno stereotipo dell’italico carattere, si soffermasse unicamente su questi due aspetti pur innegabilmente coloriti e pittoreschi. Del resto è risaputo. Siamo un popolo di eroi, poeti, santi e navigatori. Il 12 novembre di Nassiriya ci costringe a ricordare un’altra “benemerita” categoria nostrana: i martiri.

Novembre non mi piace. E’ un mese senza carattere, di pura transizione. Non ha più nulla della malinconica allegria di ottobre mentre l’intima gioia dell’attesa fiabesca di dicembre è ancora di là da venire. Anche la sua unica, grande festa, quella d’Ognissanti, forse per l’eccessiva vicinanza, assume il mesto aspetto del giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. Due dei miei congiunti più cari se li è portati via novembre. E’ il mese prediletto da alluvioni ed inondazioni. Firenze se lo ricorda bene. Per questo, da qualche anno, affronto l’arrivo di novembre come un sub senza bombole, in apnea, incrociando indice e medio. Spero che passi presto e senza danni. Per questo, dovendo buttar giù queste righe ho atteso che novembre svanisse nell’aria tersa, viva e solare di questo primo giorno di dicembre. E dovendo scegliere l’argomento da trattare, dinanzi alla strage di Nassiriya, mi sono accorto che ogni altro scoloriva nel confronto mostrando tutta la propria pochezza.

Se non ci fosse stata Nassiriya, avrei voluto discutere sulle caratteristiche di una legge finanziaria approvata a colpi di maggioranza che lascia quasi tutti scontenti, sindacalisti ed imprenditori, che nonostante le agevolazioni per la ricerca continua a perpetuare la diaspora dei “cervelli”, che, grazie ai vari condoni, accontenta unicamente i furbi (che non sono pochi).

Se non ci fosse stata Nassiriya, avrei voluto parlare della visita di Sharon a Roma e del perché non riesco a rallegrarmi all’idea di essere un grande amico di Israele, in questo momento. In verità non riuscivo a rallegrarmi neanche all’epoca delle visite e dei salamelecchi di Arafat. Se intendiamo veramente essere utili a quei popoli disgraziati, dobbiamo smetterla di fare l’occhiolino ora all’uno, ora all’altro dei contendenti. L’imparzialità e la fermezza sono i due pilastri su cui sarà possibile edificare la casa della pace in quelle terre martoriate.

Se non ci fosse stata Nassiriya, avrei discusso volentieri della svolta radicale di Fini folgorato sulla via di Gerusalemme. Abiurare il fascismo e, con esso, Mussolini, era l’ultimo anello di una pesante catena che aveva tenuto nel ghetto del radicalismo estremista il suo partito e le sue ambizioni. Ora tutto è pronto per la spallata al “cavaliere” con buona pace di Alessandra, Francesco e Mirko.

Se non ci fosse stata Nassiriya, avrei voluto dedicare maggiore spazio alla vicenda di Scanzano Ionico. Avrei cercato di approfondire le ragioni che hanno spinto alla mobilitazione generale non solo le persone di quel comune ma dell’intera Lucania. Anche in questo caso l’azione del governo ha mostrato tutta la sua prepotenza con l’emissione di un D.L. (il n. 314/2003) che avrebbe richiesto studi ben più approfonditi e, soprattutto, una concertazione preventiva con le parti civili e sociali della regione. Il decreto è stato modificato con la cancellazione del sito di Scanzano. Complimenti a tutti i lucani per la magnifica e civile dimostrazione di coraggio, di fermezza e di carattere unitari.

Ma c’è stata Nassiriya. Quest’anno i miei riti scaramantici sono serviti a poco. Nulla hanno potuto per salvare quelle 19 giovani vite immolate sull’altare della vanità, della faciloneria, della stupidità non solo politica della nostra classe dirigente. Una classe dirigente totalmente colpevole in entrambe le sue suddivisioni di maggioranza (guascone) ed opposizione (maramalda) che ha spedito tremila nostri giovani nel paese di Alì Babà e dei quaranta ladroni senza richiesta alcuna da parte degli eredi di quest’ultimi, senza coperture d’alcun tipo tranne quella della loro incredibile, nuda umanità.

Il 12 novembre, insieme alla conta delle vittime s’è aperto il teatro della retorica. Il 18 è calato il sipario. Ed il teatro della retorica, si sa, scrive i suoi copioni impregnandoli di falsità storiche ed ideologiche. I megafoni mediatici hanno parlato di “eroi” e di “vile atto terroristico”. Termini impropri, miranti alla mistificazione con l’unico intento di depistare il comune senso delle cose. La verità è che i nostri morti sono purtroppo dei poveri martiri e di eroico avevano solo lo spirito di servizio e l’abnegazione nei confronti della divisa che indossavano. Erano in Iraq perché credevano nel loro lavoro ma anche e soprattutto per la possibilità di elevare il tenore di vita delle proprie famiglie grazie a quel guadagno extra. E dei kamikaze che li hanno trucidati, tutto si può dire tranne che siano dei vili. La loro era un’azione di guerra e per il successo di quell’azione hanno sacrificato se stessi. Una bella differenza con il terrorismo nostrano che spara alle spalle delle sue vittime o innesca bombe ad orologeria.

L’Iraq non è un Paese che, avendo perso una guerra, cerca nella pace e nella collaborazione internazionale la via della ricostruzione civile e sociale. Questo voleva farci intendere Bush. L’Iraq è un Paese tuttora in guerra. Un Paese che, di fronte allo strapotere militare del nemico, sceglie la strategia più opportuna ovvero quella della resistenza armata e della guerriglia. La propaganda di Bush parla di atti di terrorismo ad opera di infiltrati kamikaze al soldo di Bin Laden. E’ accertato che tutti i kamikaze in Iraq erano iracheni. Dura da mandar giù vero sig.Bush? Il popolo iracheno, alla democrazia delle bombe intelligenti, preferisce le sevizie del suo dittatore.

Ed è in questo scenario, che è uno scenario di guerra, dove allo spettro della boscaglia vietnamita si sovrappone la realtà dei cunicoli e delle grotte del deserto iracheno, che il nostro governo ha spedito i nostri carabinieri. Non le truppe corazzate con i carri armati, le autoblindo, i missili e la copertura aerea ma solo i nostri carabinieri.

Sono indignato. Dinanzi a quel contributo di sangue innocente, versato non a causa di calamità naturali, non per difendere l’onore o il suolo della Patria in pericolo ma unicamente per assecondare la miope, insipiente tracotanza di chi attualmente ci governa i cui improbabili calcoli affaristici vedevano, attraverso quest’impegno militare, l’Italia inserirsi tra i primi posti nell’assegnazione degli appalti per la ricostruzione dell’Iraq o nel mercato del petrolio, sono indignato e disgustato. Appalti assai improbabili ma già sporchi di sangue. E la loro improbabilità apparirà in tutta la sua evidenza, allorquando gli americani, esasperati dallo stillicidio di vite umane cui sono quotidianamente sottoposti, saranno costretti a trovare l’escamotage per restituire l’Iraq agli iracheni e salvare la loro faccia.

Se di ricostruzione quel popolo avrà bisogno, saranno paesi come la Russia, la Francia e la Germania, che non hanno violato con la prepotenza delle proprie divise il suolo iracheno, ad avere le maggiori possibilità d’inserimento in tale processo.

Ma insieme all’indignazione per la perdita insensata di quei nostri militari non posso sottacere il piacevole stupore provato per il comportamento del popolo italiano. Quale manifestazione di unità, compattezza, e dignità nella prova del dolore! L’Italia dei mille Comuni, l’Italia delle mille fazioni, l’Italia sgangherata, l’Italia voluta da pochi e mai del tutto unificata, l’Italia che, si dice, sappia infiammarsi unita solo davanti al pallone della nazionale, ecco che stupisce tutto il mondo per la sua compostezza e maturità.

L’Italia è in lutto e piange sommessa e muta i suoi morti come un’unica grande famiglia. Le vedove sono serene e consolano chi le dovrebbe consolare perché avvertono intorno a loro la solidarietà e la riconoscenza di tutto un popolo. Quei qualcuno su cui ricade la responsabilità di quelle morti non stiano tranquilli e beati nel sopore delle loro coscienze narcotizzate. Il popolo italiano al momento giusto, come un grande popolo maturo e democratico, saprà cosa fare. Viva l’Italia.

30 novembre 2003

Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto…quello buono.

Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it

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