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E’ già passato un anno da quando, sollecitato dall’amico Massimo Conte, elaborai il mio primo pezzo per ClioMG dal titolo “Il sapore dell’ingiustizia”.
Esattamente un anno dopo, il 22 dicembre 2003, alle ore 15,25, ha voluto fare il suo ingresso non solo nella realtà magliese ma nella vita di questo mondo, due chili e ottocento di peso per cinquantuno centimetri di lunghezza, il mio quinto nipotino, Cristiano Vincenzo.
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Per qualcuno, pura e semplice coincidenza, per me l’idea che ClioMG, in qualche modo, m’abbia portato fortuna. Del resto anch’io, col mio modesto contributo, spero d’aver fatto la mia parte nelle fortune di ClioMG. Gli ultimi dati statistici parlano chiaro: nel mese di dicembre ci sono state punte di oltre 180 accessi giornalieri! Veramente niente male per un portale di provincia, dalla tipologia assai poco convenzionale, che si avvale unicamente del volontariato di pochi appassionati.
Di cosa parlare, dunque, in quest’ultimo mese dell’anno, che non sia una specie di consuntivo degli avvenimenti accaduti negli undici mesi precedenti? Il prossimo anno, il 2004, sarà bisestile ed un vecchio proverbio recita: “Anno bisesto, anno funesto”. Se guardo indietro, verso l’anno appena passato, così costellato di brutture, l’idea che il prossimo possa essere anche peggiore mi fa rabbrividire.
Il 2003 si è congedato allo stesso modo di come s’era presentato. La Sars, la cosiddetta polmonite atipica, che tante vittime ha mietuto lo scorso inverno, da qualche irriducibile ottimista ritenuta estirpata, si riaffaccia, col suo ghigno mortale, senza essere riusciti ad approntarne uno specifico vaccino.
Il giorno di Santo Stefano, in Iran, l’ira di Dio s’è abbattuta su quelle popolazioni. Chi, parlando di vittime, considera i numeri seguiti da tre o quattro zeri delle pure astrazioni e non riesce a concepire nemmeno con approssimazione le proporzioni bibliche del disastro, immagini una città come Lecce che, in pochi secondi, sotto il crollo di case e palazzi, perde metà della propria popolazione mentre, alla metà sopravvissuta, errabonda e disperata, non è più in grado di offrire né il riparo d’un tetto né il conforto d’un pasto.
Certamente il 2003 non ci mancherà. Con tutta la buona volontà non riesco a trovare degli eventi positivi che possano controbilanciare accadimenti quali la guerra in Iraq.Una guerra atipica che, oltre i disastri preventivati, pianificati e regolarmente consumati, comuni d’ogni guerra, ha partorito il principio inedito e scellerato della legittimità della guerra preventiva. Una guerra che doveva mettere la parola fine al terrorismo internazionale e portare finalmente la pace in Medioriente. Stiamo tutti aspettando.
Anche il processo di unificazione europea ha subito un arresto clamoroso. Le nazioni più significative, quelle fondatrici per intenderci, quali Francia, Italia, Germania e Spagna, hanno cominciato, già nella primavera, a dividersi sulla questione irachena, assumendo atteggiamenti contrastanti nei confronti degli Stati Uniti. In seguito hanno trovato il modo d’infrangere le normative economiche di Maastricht che liberamente si erano prefissate quali limiti invalicabili.
Infine, Spagna e Polonia si sono adoperate con successo affinché l’approvazione della nuova Costituzione Europea andasse incontro al fallimento. Deprimente sottolineare quanto poco la presidenza semestrale italiana, costituita dall’asse Berlusconi-Tremonti-Frattini, si sia dannata l’anima per il raggiungimento di certi obiettivi in cui evidentemente ed intimamente non crede.
Ma se fuori di casa nostra tira il vento, all’interno c’è aria di tempesta. I frutti della politica economica neoliberista di stampo berlusconiano marciscono, ancor prima di maturare, sui rami secchi dell’albero dell’insipienza. La Legge Delega in Materia di Mercato del Lavoro, collegata alla finanziaria 2002, ha stravolto l’intero pacchetto giuridico che disciplina i rapporti tra chi richiede e chi offre lavoro. Dal principio della tutela, si è passati all’istituzionalizzazione della precarietà.
Un esempio? Una voce della nuova legge recita: REVISIONE DELLE MISURE DI INSERIMENTO AL LAVORO NON COSTITUENTI RAPPORTO DI LAVORO. Si prevede, con una tecnica luminosa di ipocrisia legislativa, che si possano inserire al lavoro, per periodi da un mese ad un anno, persone che dovranno lavorare normalmente ma nei cui confronti non potrà applicarsi alcuna norma di tutela non essendo essi titolari di un rapporto di lavoro. Anche la retribuzione è aleatoria. Si stabilisce, infatti, che possa essere prevista la “eventuale corresponsione di un sussidio”.
Continuando a spulciare le carte, ho scoperto come mai sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori sia calato il silenzio dopo che per lunghi mesi aveva rappresentato il pomo della discordia sociale nel nostro Paese. Tra le varie clausole della legge, è stata ammessa una deroga all’articolo 18 per quei lavoratori, assunti con contratti a termine, che vedono, in seguito, perfezionato il proprio contratto a tempo indeterminato.
Ciò significa che, se le aziende non assumeranno più con la prassi dei tre mesi di prova, come sarebbe sciocco che facessero, ma con contratti a termine, l’articolo 18 sarà, di fatto, aggirato. Non voglio tediare il mio lettore con la proposizione di aride formule normative ma è essenziale che egli sappia che dietro quel formalismo arido ed apparentemente neutro si è proceduto all’abrogazione della legge 1369/60 che prevedeva il divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro.
Significa che, per via legislativa, si è dato vita ad una nuova professione, quella del commerciante in lavoro altrui. Si è proceduto alla modifica dell’art. 2112 del Codice Civile che tutelava i lavoratori nel caso di cessione dell’azienda da cui dipendono, garantendo loro il passaggio, a condizioni invariate, alle dipendenze dall’acquirente. Sono state istituzionalizzate tipologie lavorative quali il part time, il lavoro a chiamata, il lavoro interinale, il lavoro a progetto e a programma, i buoni-lavoro, lo job-sharing.
L’approvazione della succitata legge, vanto personale del Berlusca, pone l’Italia, in campo lavorativo, alla stregua di paesi come il Cile, il Messico, buona parte dell’Africa, molti stati dell’India, sud est asiatico e Thailandia compresi. Adesso qualcuno cade dalle nuvole dinanzi all’esplosione delle tensioni sociali. Il patto di stabilità che si pretendeva fosse rispettato in modo unilaterale solo dalla pazienza dei lavoratori è stato violato per esaurimento, appunto, della pazienza.
Leggiamo sui giornali che una parte sempre più consistente di cittadini italiani si avvicina alla soglia della povertà. Un’elaborazione dell’Ires-Cgil su dati Ocse e Istat ci dice: “… esistono tre milioni di lavoratori con un salario netto compreso tra i 600 e gli 800 euro. Altri tre milioni circa raggiungono a malapena i 1000 euro. In pratica, i lavoratori poveri che gravitano intorno alla soglia di povertà sono sei milioni…” Tanti, troppi. “Nel 2003, per la prima volta dopo vent’anni, le retribuzioni, di fatto, sono aumentate meno dell’inflazione, determinando una perdita secca di potere d’acquisto...Tra il ‘96 ed il 2001 si recupera potere d’acquisto ma negli ultimi tre anni è ripreso il declino; i lavoratori non hanno più visto un centesimo di produttività.
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Il governo Berlusconi ha adottato una sorta di riduzione programmata e strutturale dei salari.”
Quello che fa rabbia è che non esiste una reale, grave recessione economica internazionale. Se nell’ultimo biennio, un certo rallentamento economico ha colpito un po’ tutti, è in Italia che si stanno creando situazioni insostenibili. Il famoso Pil (prodotto interno lordo) anche se non aumenta secondo le previsioni è pur sempre in aumento. Si è solo allargata la forbice tra retribuzione reale e produttività per addetto.
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Tradotto in parole povere il meccanismo economico adottato dal nostro governo tende a far diventare i poveri più poveri ed i ricchi più ricchi. Non si può addossare la colpa dei guai della nostra economia all’euro o alla congiuntura internazionale o, addirittura, all’opposizione che non collabora. Quello che non funziona sta nel sistema della redistribuzione del reddito. Infatti le retribuzioni lorde, che attualmente gravano sul Pil per il 30%, nell’82 lo facevano per il 36% e, guarda caso, i punti percentuali che mancano alle retribuzioni sono gli stessi che hanno fatto lievitare i profitti.
E’ così difficile capire che salari più magri significano l’asfissia per il mercato interno e che la parvenza d’un vantaggio, per le aziende, quale godere d’una manodopera a basso costo, si traduce ben presto in una riduzione della produzione industriale?
L’Eurostat (l’istituto statistico europeo) certifica che nel 2002, per la prima volta dal 1995, la ricchezza degli italiani è stata inferiore a quella media del vecchio continente. Il prodotto interno lordo procapite espresso in pps (l’indicatore che omogeneizza il potere d’acquisto dei cittadini) è sceso a quota 98. Due punti sotto quella quota 100 che costituisce la media dei quindici paesi Ue. Nel ’95 eravamo a quota 104 a poca distanza dalla pattuglia dei paesi di testa. La Germania, l’ex locomotiva d’Europa negli ultimi due anni è finita su un binario morto.
Il Pil procapite tedesco, che nel ’95 era pari a 108, è sceso a 100 nel 2001 e lì è rimasto inchiodato anche nel 2002. La Germania fa da spartiacque e sotto rimangono in pochi con la novità che l’Italia affianca in categoria Spagna, Portogallo e Grecia. Ma le dinamiche sono differenti. Nel ’95 la ricchezza d’un cittadino greco era il 65% di quella media europea, nel 2002 è salita al 71%. Il reddito spagnolo ha fatto un balzo considerevole, salendo dal 79 all’86% e progressi ha compiuto anche il Portogallo il cui indice è passato da 66 a 71. Per l’Italia è accaduto l’inverso: la quota 104 del ’95 è diventata 102 nel ’99, 101 nel 2000, 100 nel 2001. Infine la retrocessione. E nel 2003, vista la crescita al palo, un nuovo declassamento è in vista.
Buon anno a tutti.
6 gennaio 2004
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto…quello buono.
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