Silvio Berlusconi
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Nel momento in cui mi accingo a scrivere, il nostro capo del governo, dinanzi alla platea attonita dei rappresentanti della Confcommercio, un po' con l'intenzione di compiacerla, ma soprattutto per non smentire se stesso, propone, al fine di dare una "scossa" al nostro dormiente sistema economico, di ridurre le tasse (ai ricchi) e di far lavorare un po' di più (i poveri). In effetti, la scossa c'è stata ed ha provocato un immediato irrigidimento del cuoio capelluto nei componenti della sua stessa maggioranza. In tutta fretta hanno preso le distanze LEGA, UDC e AN per non parlare della reazione del Vaticano che, dinanzi all'ardore stacanovista del cavaliere, ha intravisto la probabile soppressione di qualche festività religiosa.
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Una credenza popolare afferma che la compassione divina tolga, a chi è in procinto di morire, la lucidità della mente. Politicamente, è forse questo che sta accadendo al nostro caro primo ministro? E' forse in quest'ottica da caduta degli dei che vanno collocati i giri di valzer sul decreto salva-calcio, il contentino preelettorale fatto alla Lega sul federalismo spinto, approvato in Senato (e da affossare alla Camera) e quest'ultima butade confcommerciale? Sinceramente non lo so. Ciò che so è che esiste una questione Berlusconi o, meglio, un fenomeno socio-politico, appunto il "berlusconismo", che, a mio modo di vedere, andrebbe approfondito anche nell'aspetto antropologico.
Credo che una ricerca eseguita con metodi rigorosamente scientifici, sulle reazioni comportamentali dell'essere umano, quando si parla di Berlusconi, potrebbe aprire scenari inesplorati sulla conoscenza della psiche. Di qualsiasi personaggio politico si discuta, generalmente, accade che s'inneschino sentimenti che vanno dal consenso, alla canzonatura più o meno benevola, alla disapprovazione, in un livello medio-basso di pulsioni che lasciano un certo spazio al raziocinio e, quindi, alla possibilità d'un cambiamento d'opinione. Quando invece si fa il nome di Berlusconi, ecco che le pulsioni aumentano d'intensità ed i modi di sentire si diversificano passando, senza gradualità, dall'odio aperto e al dileggio sprezzante, all'adorazione in un'illogica contrapposizione ideologica fatta di muri invalicabili.
Il modo di fare dell'uomo è sostanzialmente provocatorio in ogni sua manifestazione pubblica. Tra gli altri, uno dei meriti che indiscutibilmente gli vanno attribuiti è quello d'aver risvegliato la coscienza e, con essa, la lotta di classe. I sindacati, che agli inizi degli anni ottanta pareva fossero diventati degli ectoplasmi da vecchi manieri, grazie a lui hanno ritrovato identità e ragione di vita. Chi, infatti, può dimenticare quel suo invito ad andare a lavorare fatto da lontano, durante una sua gita moscovita, ad oltre un milione di manifestanti che, di sabato, a sue spese ed in modo spontaneo, era andato a Roma per esprimere il proprio civile, pacifico e democratico dissenso?
Da quel momento, i sindacalisti ripresero le fila di una contestazione sociale destinata a mai più riassopirsi, grazie alle puntuali quanto demagogiche trovate della politica berlusconiana. Intanto, chi - vuoi per servilismo congenito, vuoi per un assoluto digiuno del decalogo democratico, vuoi per una distorta concezione dell'idea di leader, vuoi perché nelle gaffes populiste e qualunquiste del nostro vede riflesse le proprie mediocrità - non può fare a meno di amarlo, anzi, di più, di idolatrarlo. C'è da osservare che la pratica costante della provocazione nasce da una sorta di filosofia della contrapposizione che adotta, in maniera radicale prima ancora che letterale, le parole di Nostro Signore quando dice "Chi non è con me è contro di me".
In tal modo gli avversari diventano nemici e la conflittualità sociale divampa. Nessun governo ha mai collezionato tanti scioperi generali come quello attuale. Anche perché, in passato, dinanzi a simili eventi, esisteva il buon gusto delle dimissioni.
Tutte o quasi le istituzioni politiche, sindacali e amministrative sono in continua tensione per contrasti interni mentre il clima si fa sempre più velenoso nei comparti della giustizia, della scuola e della sanità a causa delle fatte o mancate riforme. Politici contro giudici, giudici contro avvocati, medici contro primari, scontri tra favorevoli e contrari alla scuola privata mentre i cittadini stanno a guardare, per adesso, sempre più sconcertati, vittime sacrificali della disorganizzazione nella pubblica amministrazione, degli scioperi selvaggi dei Cobas, della precarietà dei posti di lavoro e dell'incertezza delle prospettive di pensione.
Ma, attenzione, perché, fino a quando litigi e contumelie si consumeranno all'interno delle istituzioni, sarà, pur ancora, segno di democraticità e pluralismo. Se la contrapposizione dovesse tracimare nelle piazze, a rischio sarebbe l'intero sistema democratico del nostro Paese. Ma non solo l'Italia pare essersi ammalata di berlusconismo. Alcuni aspetti non secondari del fenomeno politico nostrano, similmente ad un'epidemia endemica, si stanno diffondendo anche oltre i nostri confini nazionali. Un convegno tenutosi recentemente a Londra si è posto, infatti, il seguente quesito: "Europeanization or Italianization?".
La tentazione di mettere il bavaglio ai mezzi di comunicazione, di assoggettare la magistratura all'esecutivo e di delegittimare l'opposizione pare siano dei virus che stanno intaccando il tessuto democratico di altri paesi europei come la Spagna di Aznar e l'Inghilterra di Blair. In ogni caso, la lezione di questi giorni, che i nostri politici o aspiranti tali dovranno imparare, è che in politica la bugia non paga. Aznar lo ha sperimentato. Blair e Bush lo sperimenteranno quanto prima. Delle bugie di Berlusconi non intendo parlare. Parlerò, invece, del suo dilettantismo in politica ed in economia. Egli si vanta d'essere un uomo "prestato" alla politica e disprezza, accusandoli di nefandezze, chi della politica ne fa, o ne ha fatto, una professione. Basta dare un'occhiata all'interno di Camera e Senato per accorgersi che l'Italia di certi "prestiti" ne avrebbe fatto volentieri a meno. Politici non ci s'improvvisa. Occorrono lunghi anni di gavetta, di preparazione e soprattutto di passione. I danni che un dilettante "allo sbaraglio" della politica può arrecare a tutta la collettività possono essere irreparabili. Cercare di rimediare a quanto di rimediabile sarà rimasto, in un clima da "Day after", comporterà un dispendio tale di energie da rappresentare, in futuro, un'altra costante negativa nei confronti di Paesi economicamente concorrenti. Ma tant'è! Se era scritto nel destino d'Italia che dovesse ammalarsi di berlusconismo, c'è solo da augurarsi che la malattia non sia di quelle mortali e che, una volta superata la fase critica, gli anticorpi siano in grado di preservarci a lungo dalle ricadute.
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Luigi Pepe
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Derogando ad un mio preciso intento, quello cioè di evitare di trattare su queste pagine questioni prettamente locali, le cui ragioni ho avuto modo di palesare in altri miei precedenti scritti, sento il dovere di esprimermi, perché tirato personalmente in ballo, sulla questione delle candidature al Consiglio Provinciale del nostro capoluogo. Leggendo, infatti, l'articolo apparso sul n.50 di "Belpaese", dal titolo "Verso la Provincia", in cui Arianna Genovese descrive la situazione nel Collegio di Maglie, ho letto con un certo stupore anche il mio nome quale probabile candidato dell'Udeur.
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Il mio stupore è quello di chi non ne sapeva nulla. Ringrazio la segreteria del partito che, evidentemente, facendo il mio nome, intendeva confermarmi stima e considerazione, sentimenti, tra l'altro, che ricambio in particolare nei confronti di Aurelio Gianfreda e Gino Pepe, ma proprio queste persone, che sono a conoscenza di come e quanto sia rimasto "scottato" dalla politica attiva, percepiscono altrettanto bene la mia riluttanza ad una nuova eventuale esperienza. Devo dire inoltre che il modo con cui il centrosinistra leccese ha affrontato la scelta del candidato presidente mi ha molto deluso.
Per carità, nulla da dire sulla persona di Giovanni Pellegrino, indubbiamente dotata di un certo carisma, spessore culturale e politico. Solo che tale candidatura ha il sapore della candidatura di servizio. E' l'ubbidienza del dirigente politico all'imposizione del deus ex machina, Dalema, che, come tutti sappiamo, non è che l'imbrocchi sempre nelle sue scelte. Come reagirà l'elettorato del comprensorio leccese, notoriamente a maggioranza centrista, dinanzi ad una candidatura squisitamente "ds"? Difficile a prevedersi anche se i timori d'un calo di consensi non sembrano del tutto infondati.
Ciò che in tutta la questione indispettisce maggiormente è che il deponendo Ria, all'insegna di "dopo di me il diluvio", non si sia mai preoccupato, pur avendone avuto tempo e modo, di creare spazio e visibilità ad un suo successore gradito a tutte le componenti della sua maggioranza e, soprattutto, dotato forti energie e motivazioni. Non era difficile immaginare che, lasciando alle singole segreterie, a pochi mesi dal voto, la responsabilità della scelta, si sarebbero innescate rivalità e contrapposizioni incresciose quanto inopportune. A meno che...
Non mi piace fare dei processi alle intenzioni ma purtroppo l'esperienza maturata nel campo mi dice che in politica difficilmente le cose accadono per caso ma, al contrario, sono il frutto di strategie più o meno occulte che non sono viste unicamente da chi non le vuole vedere. Solo in un caso avrei potuto avere dei tentennamenti sull'eventualità d'una mia "discesa in campo" e sarebbe stato quello in cui, sin dall'inizio, senza remore e condizionamenti, si fosse puntato sulla candidatura a presidente di Gino Pepe, a mio modesto parere, una candidatura con forti possibilità di successo. Staremo a vedere.
Maglie, 5 aprile 2004
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.