Che strano essere l’uomo! Nella sofferenza e nel dolore egli invoca, prega e giura di amare e sentire il suo Dio. Ma gli basta un barlume di benessere perché dimentichi presto la sua spiritualità ed i comandamenti della morale. Ora, Dio ci ha tolto anche Wojtyla. Alla notizia della sua morte, m’è parso di rivivere lo stesso senso di smarrimento che provai, diciassettenne, in quel fatale finire del 1963.
Noi, giovani pieni di belle speranze, che avvertivamo la possibilità di cambiare il vecchio mondo bigotto della nostra adolescenza. Non ancora capacitati dell’inattesa scomparsa del “papa buono” Giovanni XXIII, ricevemmo un altro duro colpo. L’assassinio di J.F.Kennedy, il presidente della nuova frontiera, il giovane presidente che parlava di diritti umani, di lotta contro la povertà e il razzismo, di ideali, spazzò d’un tratto sogni e speranze. E ci sentimmo orfani e sperduti, allora, quasi come adesso.
Questo 2005 finora ci ha portato solo lutti e lacrime. Se può apparire quasi fisiologico che l’inverno si porti via i più vecchi e malandati, questo inverno, per quanto mi riguarda, ha battuto ogni record. Non c’è stato giorno che non abbia dovuto o partecipare ad un funerale o spedire telegrammi di condoglianze o sentire l’inquietante sirena del “118” su e giù per le nostre strade.
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Il ventotto di febbraio s’è portato via anche mia madre. Era anziana, quasi ottantanove. Una subdola quanto sorniona forma di diabete la costringeva sovente a verificare di persona l’evolversi dei vari stati di ristrutturazione dei nostri presidi ospedalieri. E noi, tutti noi, dietro a lei, ai suoi bisogni, alle sue necessità senza che questo ci sia mai apparso come un peso o un fastidio.
Perché lei era lei, la mamma, la nonna, la bisnonna, il nostro costante punto di riferimento. Intorno a lei, per lunghi anni, abbiamo amalgamato le nostre consuetudini, la nostra stessa vita. E ci sentivamo ricchi, appagati dalla sua presenza, dal suo sorriso, dalla sua pungente, tipica ironia magliese, dai suoi stessi malanni, dalla sua saggezza tutta racchiusa in quei mille proverbi antichi ch’erano il succo d’una grande cultura.
Mi riferisco alla cultura contadina delle genti salentine, mai letta perché mai scritta, fatta di “cunti” e di proverbi, ascoltata da mille orecchie e tramandata da mille bocche, di generazione in generazione. Una cultura che ha plasmato le antiche coscienze, che le ha educate, con semplicità e rigore, a quei valori universali, oggigiorno, merce sempre più difficile da acquistare per una grave carenza di rivendite.
E la mia mamma, piccola creatura di nemmeno un metro e sessanta, dai conturbanti e ridenti occhi azzurri, dagli insoliti capelli biondi, probabile retaggio d’un DNA normanno, dispensava con generosità i semini della sua cultura, ora con la petulante monotonia dei vecchi, ora con lo sguardo ammiccante di chi ha capito d’averci colto in fallo, ora con la disinvolta sicurezza di chi tutto ha visto, tutto ha vissuto e tutto sa.
Se n’è andata tradita dalle sue ormai fragili venuzze ma non senza imporre alla morte, così com’era per carattere, una gran lotta, fino a quando il forte cuore ha retto l’impari agone. A noi che siamo ancora qui, increduli e sgomenti, dinanzi alla porta chiusa della sua camera, a noi che avvertiamo con grande struggimento il vuoto angoscioso che la sua scomparsa ha prodotto nella nostra anima, resta il ricordo delle sue parole, dei suoi proverbi. Ogni santo giorno che Dio le ha regalato in terra lo iniziava col detto: “A nome de Diu”. E fino all’ultima sera della sua lucidità, prima di andare a letto era solita ricordarci: “Ci ha fede in Diu nu mmore mai”.
Proprio come Karol Wojtyla.
Maglie, 4 aprile, 2005