Premetto che, per mia natura, ho sempre parteggiato per il presunto perdente. Sin da piccolo, quando a scuola si studiava l’Iliade in modo integrale, tutte le mie simpatie andavano all’eroico Ettore. E pur sapendo che nulla avrebbe potuto contro l’invincibile Pelide, ricordo d’aver continuato a sperare, sino all’ultima epica lotta, che un accidente qualsiasi, foss’anche un sassolino, colpisse il vulnerabile tallone dell’irascibile Achille e rendesse il confronto un po’ meno scontato.
Probabilmente a causa di questa mia indole, ammetto, nel duello elettorale Fitto-Vendola, di aver tifato per Niki Vendola. Troppo forte, ben armata e schierata appariva l’armata di Raffaele. Un po’ raffazzonata, raccogliticcia e brancaleonica quella di Niki.
Niki, il diverso, Niki il post-comunista, Niki con l’orecchino e il difettuccio di pronunzia, Niki l’omosessuale. Ebbene, questo Niki ha saputo farsi udire non solo dalle orecchie ma anche, e forse soprattutto, dal cuore della maggioranza dei pugliesi. Nei suoi discorsi, che sapevano di tante buone letture, scarso era il posto destinato alle cifre, ai bilanci programmatici, alla prosaicità della contingenza, al tecnicismo.
Con quei suoi discorsi, dettati da una grande sensibilità umana, ha saputo esprimere idee e speranze ed ha lasciato intravedere, per la Puglia, la possibilità di un futuro migliore. Un futuro raggiungibile con strade, se pur erte e faticose, sempre a portata d’uomo, rispettose delle sue esigenze. Questa l’arma, rivelatasi vincente, di Niki. Nonostante la sua “diversità”, o magari grazie ad essa, ha saputo contrapporre all’indiscutibile concretezza dei programmi di Raffaele la magia di un sogno. Riuscirà il brutto anatroccolo a trasformare la nostra cara Puglia in un bellissimo cigno? Siamo in tanti ad augurarcelo.
Del resto il nostro Raffaele il suo vulnerabile tallone ce l’aveva e come! Ed aveva un nome ben preciso: Sanità. E su quel tallone scoperto ci si sono avventati in tanti. Di fronte alle reali necessità di razionalizzazione del settore, di limitazione dei costi, di ottimizzazione delle strutture, si sono contrapposti forti stati di disagio per le popolazioni. Era scontato. Un progetto come quello elaborato da Raffaele Fitto, che prevedeva per alcuni versi soluzioni assolutamente radicali, comportava, inevitabilmente, inconvenienti e sacrifici da parte dei cittadini. Inconvenienti e sacrifici che cittadini ed enti locali avrebbero certamente affrontato, se non di buon grado, sicuramente con la consapevolezza della necessità, se solo si fossero sentiti maggiormente coinvolti nella determinazione delle scelte. Scelte che li riguardavano in modo diretto ma che venivano avvertite col sapore amaro dell’imposizione.

La chiusura di un ospedale, sia pure per motivi di economicità generale, non è cosa che venga facilmente accettata da chi, per ragioni di comodità geografica, di consuetudine radicata, ha riposto in quella struttura la sua fiducia e la sua speranza di cura. Del resto, il più delle volte, un ospedale, che non sia la classica cattedrale nel deserto, come tante, demagogicamente, ne sono sorte negli anni tra il ’60 e il ’70, ha una sua storia ben precisa. Una storia, sovente secolare, che fa parte integrante non solo del tessuto culturale degli abitanti della città che lo ospita ma rappresenta un punto d’orgoglio e di riferimento per l’intero circondario. E vedersi portar via un pezzo della propria storia è sempre una questione dolorosa.
Bisogna riconoscere che l’attivazione del “118” è stata una conquista di civiltà, per la nostra Regione. Ma anche in questo caso, quanti disagi e malumori! Come dimenticare la donna di Polignano a Mare morta in ambulanza, dopo ore di una tragica odissea alla ricerca d’un ricovero? Come ritenersi soddisfatti quando un paziente viene ricoverato in nosocomi distanti decine, quando non centinaia, di chilometri dalla propria residenza? Occorreva razionalizzare, certo! Ma la ragione dei conti non dovrebbe mai prescindere da altre, altrettanto sacrosante, ragioni.
Non so se alla sconfitta di Raffaele abbiano contribuito anche altri fattori come quello, ad esempio, d’essersi accodato al sempre più traballante carrozzone di Berlusconi ma, di sicuro, il non aver completato per tempo e con maggior accuratezza la riorganizzazione della Sanità è stato determinante. Eppure, nonostante avessi intimamente tifato per Vendola e riconosciuto alcuni errori della gestione Fitto, all’indomani delle elezioni, non ho provato alcun senso di soddisfazione. Veder perdere un proprio concittadino, in una competizione così importante, non può essere elemento di soddisfazione per alcun magliese.
Ho visto Raffaele crescere e scorazzare per vie di Maglie. Ho stimato ed apprezzato il suo papà. Ho sofferto per la sua prematura scomparsa. Sono consapevole di quanto sia costato al giovane ex governatore l’aver sacrificato gli anni migliori della sua giovinezza nell’assolvimento di compiti che avrebbero richiesto ben altra maturità. Gli auguro che la sconfitta di aprile rappresenti per lui una nuova e più forte motivazione ad andare avanti. Molto più di facili vittorie, infatti, le sconfitte, per quanto piccole o grandi che siano, rappresentano il lievito del carattere dell’individuo. Basta solo prenderne atto.
Maglie, 22 settembre, 2005