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Una filosofia da... salotto
(di Enzo Lattante)







Un’immagine suggestiva che sovente mi sovviene allorquando mi capita di pensare metafisicamente alla condizione umana (chi sono, da dove vengo, dove vado ecc. ecc.) è quella che ci descrisse, a noi studenti del secondo anno dello scientifico “Monticelli” di Brindisi, il professor Napoli durante una lezione di geografia astronomica. Erano i tempi degli Sputnik, i primi satelliti messi in orbita dai russi, quando ancora gli americani stentavano a trovare propellenti adatti per lanciare i propri.

Ebbene il professor Napoli, all’inizio della sua ora di lezione, così esordì: “Voi che trepidate per la cagnetta Laika o vi entusiasmate per l’eroico cosmonauta Gagarin, dovete sapere che tutti noi siamo cosmonauti. Sissignori! Sovente inconsapevoli, o perché troppo ignoranti o perché distratti dalle mille incombenze che ci affliggono in questo microcosmo che è il nostro habitat, siamo tutti cosmonauti. La nostra astronave si chiama Terra e ci porta a spasso per gli spazi siderali, girando vorticosamente su se stessa come un disco volante, inseguendo il Sole che, a sua volta, si allontana dal centro della Via Lattea ad una velocità vertiginosa. Destinazione “chissaddove”.

Non so l’effetto che quelle parole produssero sugli altri miei compagni, ma da quel momento cominciai a maturare una visione del mondo e delle cose umane assai diversa da come fino a quel momento m’era apparsa. Non ero più io il centro dell’universo per cui cercavo di accaparrare, a scapito di mia sorella, tutto l’affetto dei miei genitori, la considerazione degli insegnanti o prendevo a botte i miei compagni più debolucci per farmi bello davanti agli occhi di quella maliarda della II B. In pratica ero l’equivalente di un insetto che, insieme ad alcuni miliardi di altri insetti simili a lui, restava abbarbicato sulla superficie d’un sasso cosmico. E pur teoricamente consapevole della caducità della propria esistenza si comportava ed agiva come se dovesse vivere in eterno.

Oggi, a distanza di tanti anni, quando l’età è quella dei ricordi e dei consuntivi, ripenso alla mia vita e cerco di capire quanto l’episodio di quell’ora di geografia abbia influito su di essa. Fu da quel momento, infatti, che cominciai a guardarmi intorno con l’atteggiamento dello spettatore. Pur continuando a vivere con emozione e passione le mie vicende, sentivo farsi strada in me la convinzione che, in fondo, nel teatro della vita, stessi recitando la parte che famiglia e società mi avevano assegnato. Non che quella parte mi fosse sgradita, tuttaltro! Osservare le regole, essere rispettoso, imparare a credere in determinati valori erano cose che tornavano utili alla mia tranquillità interiore, ma il disincanto, di quello spettatore di me stesso che stavo diventando, m’impedirono di pormi dei traguardi esistenziali che non rispondessero ai canoni dell’essenzialità.

Credo sia stato questo il motivo per cui, nella vita, non ho mai conosciuto i morsi dell’ambizione ferita, il desiderio della prevaricazione e, con essi, il veleno dell’invidia. Adottando un epicureismo “ante notionem”, imparai a soffermarmi sulle cose che più mi piacevano, facendo attenzione che il mio piacere non procurasse dispiacere ad altri. Amavo la musica ed imparai a suonare. Amavo l’indipendenza e l’amore e prestissimo mi resi indipendente e formai una famiglia tutta mia. Amavo leggere ma non studiare e per questo non mi laureai. Ripensandoci, credo sia stato l’unico vero dispiacere che ho procurato a mio padre, che, presupponendo in me talenti che forse non possedevo, mi sognava ingegnere o, quantomeno, libero professionista.

Purtroppo però le sue ambizioni, improntate al principio del non accontentarsi mai, non sempre coincidevano con le mie, anzi, molto spesso, entravano in contrasto con quella filosofia di vita che stavo, più o meno inconsciamente, elaborando. Per me un bicchiere a metà è sempre stato un bicchiere mezzo pieno e reputavo il pessimismo un lusso sterile che solo pochi eletti potevano concedersi. In seguito ho letto molto di filosofia. E’ una materia che tuttora mi affascina. Tentare di dare risposte a domande quali “chi siamo?”, “da dove veniamo?”, “dove andiamo?”, interrogarsi sul senso da dare a questa nostra fugace parentesi terrena, indicare stereotipi di comportamento che dovrebbero condurci alla felicità sono questioni che rappresentano la più nobile delle speculazioni intellettive.

La filosofia, come ha scritto qualcuno che non ricordo, è la scienza che sta nel mezzo tra la Ragione e la Religione. E’ l’anello di congiunzione che tenta di conciliare le cose che si vedono con quelle che non si vedono ma che ugualmente esistono perché ne abbiamo percezione fuori e dentro di noi. Per merito o per colpa della “mia” filosofia son diventato ciò che sono. Non sono mai stato un arrivista, non ho cercato prebende né ho intentato scalate sociali. Ho vissuto del mio lavoro e per quanto riguarda gli affetti, ho cercato e coltivato solo quelli veri, scevri da alcun tipo d’interesse, nella famiglia e tra i vecchi compagni. Credo fondamentalmente in tre cose: nella Famiglia, nel Dovere del dubbio e nel Messaggio di Gesù Cristo.

Nel crescere e educare le figliole, ho realizzato le mie modeste ambizioni, mentre il Dovere del dubbio, impedendomi di formulare frettolosi giudizi su cose e persone, mi ha sempre spinto a ricercare l’altra faccia delle varie medaglie. Mi sono così meritato talvolta l’etichetta di anticonformista, talaltra quella di “bastian contrario”. Per quanto riguarda la religione, credo che, se fossi vissuto qualche secolo fa, mi avrebbero bello e arrostito quale indomabile eretico. Il fatto è che mi è difficile pensare d’esser nato già peccatore per via d’Adamo ed Eva. Se la vita umana è sacra e la nascita d’un bimbo un miracolo d’amore come concepirla già macchiata da un peccato che gli è estraneo? Io non so dire perché siamo nati, una ragione ci sarà, ma di sicuro non siamo nati per soffrire né per vivere di penitenze. Sull’astronave Terra la vita non è facile, si sa, ma poiché ci è stata preclusa la conoscenza della Verità, siamo costretti ogni giorno a confrontarci con l’errore. Così il nostro vivere diventa un rimbalzare continuo contro i muri del labirinto degli errori alla ricerca, di solito vana, di ciò che è veramente giusto o di ciò che è veramente vero. Attenzione però a non confondere gli errori con i peccati. Si pecca quando deliberatamente si offende o si fa del male al nostro prossimo o a noi stessi. Ma se, come insegna Gesù, possiamo liberarci dai peccati con un pentimento sincero, per quanto riguarda gli errori credo proprio che non ci sia nulla da fare.

Maglie, 15 novembre, 2005


Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
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