In un’epoca come quella che attualmente viviamo, dove ormai sentir parlare di “devolution”, di Italia federale, di Italia delle Regioni, di un’Italia che, dopo quasi 150 anni dalla sua unificazione politica, pare voglia riscoprire e riappropriarsi di tutte le divisioni del passato, diciamocelo pure chiaro, non per viscerali rivendicazioni irredentiste ma, molto più prosaicamente, per motivi prettamente economici, mi sono chiesto: gli italiani hanno una loro identità nazionale?
 |
Esiste cioè un substrato culturale che accomuna il siciliano all’abruzzese o al piemontese? Perché, se esiste, chi tenta di dar vita a divisioni pretestuose va decisamente condannato, quantomeno per ignoranza e grettezza. Se invece non esiste, che senso ha parlare di regionalismo quando certe nostre divisioni pregiudiziali ce le coltiviamo a livello comunale se non addirittura rionale? A Siena, ad esempio, si disputa il Palio tra le diverse contrade della stessa città. E per restare nel nostro orto, che dire di ciò che i “passeri” di Maglie pensano dei “porci” di Muro?
|
Esempi di campanilismo spinto se ne potrebbero citare a iosa. Quali comuni interessi potrebbero vantare, a parte il pagamento delle medesime tasse regionali, città come Lecce e Bari? Che senso ha quindi parlare di federalismo regionale e presupporre che, in assenza d’una unificatrice identità nazionale, quanto meno esista un’identità regionale?
In verità, tentare di dare una connotazione precisa, delineare le caratteristiche peculiari dell’italianità è cosa ardua. Intanto perché, per ragioni etniche non esiste una razza italica e poi, per le note ragioni storiche e geografiche. Dalla caduta dell’impero romano, non è più esistito un amalgama statuale tale che accomunasse nel diritto e nei costumi le genti che hanno abitato la penisola dal Friuli alla Sicilia. I mari, le Alpi, gli Appennini e le mille colline hanno forgiato gli italiani e la loro storia e, circoscrivendoli in enclavi naturali, ne hanno favorito sovente più la divisione che l’amalgama. Ma un elemento unificatore c’è stato: l’uso della lingua latina, nelle Chiese e nei Tribunali. In pratica, l’esercizio della Giustizia, sia quella Divina sia quella Terrena, continuando a servirsi nei secoli del dotto linguaggio del mondo classico romano, ha rappresentato il canovaccio culturale comune a tutti gli italiani.
Certo le vicende storiche sono state le più varie: Il centro nord s’è inventato la società dei Comuni, ciascuno, ovviamente, munito di proprie leggi ed usanze, mentre il potere temporale dei papi ha finito per separare esattamente in tre tronconi l’assetto politico dell’Italia, permettendo che al sud il feudalesimo, dai Normanni ai Borboni, si perpetuasse praticamente sino al 1861. Anzi, qualcuno è convinto che qui da noi persista ancora, almeno nella mentalità. Ora, è evidente che, se di peculiarità, o di identità italiana si deve parlare essa non può che identificarsi con la frammentarietà.
Eppure, un italiano, all’estero, lo si riconosce subito. Come mai? Lo si riconosce dall’abbigliamento, dall’eloquio e dalla gestualità. In pratica, il denominatore comune dell’essere italiano si palesa in una spiccata individualità. Può apparire un paradosso, ma ciò che accomuna gli italiani è proprio insito nella loro diversità individuale. Un pullman di turisti americani lo si riconosce subito non appena i suoi occupanti ne discendono: enormi camicie a scacchi sgargianti, jeans, cappelloni da cawboys. Altrettanto facile potrebbe essere riconoscere chi discende da un pullman inglese per l’aspetto compassato e l’immancabile impermeabile sotto braccio, e potrei continuare nell’elenco citando francesi, tedeschi, giapponesi e così via. Ciò che pare necessario per tutti gli altri, ovvero il riconoscersi in un gruppo omogeneo, il vestire quasi una divisa comune, per gli italiani è motivo di disagio e di repulsione. Passi per la marca ma guai ad indossare una maglietta dello stesso colore d’un nostro compagno, sia pure di un breve viaggio!
E la costante ricerca della diversità non si limita alla mera esteriorità essendone questa solo una delle tante manifestazioni di una mentalità intrisa di individualismo. Basterebbe ricordare cosa accade solitamente nei cosiddetti “talk-show” televisivi che quasi quotidianamente ci vengono proposti dalle TV. Per quanto un argomento possa ritenersi oggettivamente indiscutibile c’è sempre qualcuno pronto a cavillarci su per l’intima, irrefrenabile necessità di dimostrare la propria “diversità”. Sarebbe interessante ricercare le cause che hanno prodotto questo tipo di mentalità che, se da un verso si è rivelato fecondo, quantomeno sotto l’aspetto culturale, quando si tratta di assunzione di responsabilità si dimostra pernicioso e paralizzante.
Occorrerebbe ripercorrere le tappe della nostra storia con un nuovo spirito, critico e libero dai condizionamenti di un’iconografia classica fatta di sensi unici che, sovente, hanno impedito un’interpretazione più obiettiva degli accadimenti storici e, soprattutto, delle ripercussioni che gli stessi hanno prodotto, man mano, sulla psicologia delle masse, plasmandone il carattere. Ma lasciamo che ad occuparsi di ciò siano storici e sociologi. Non essendo né l’uno né l’altro, delimiterò la mia dissertazione nei confini del compito che mi sono assunto, quello dell’osservatore.
Ed all’osservatore che è in me, nel momento in cui tenta di concepire una qualsiasi idea che si dimostri valida nel comune sentire degli italiani, siano essi del nord, del sud o del centro, viene in mente una frase che generalmente pronunciamo ai funerali di qualcuno: “…Era proprio un brav’uomo (o brava donna)! Tutto casa e chiesa”. Se ci si limita ad un’analisi superficiale, questa frase starebbe ad indicare le due doti che, per la stragrande maggioranza degli italiani, sono reputate virtù insuperabili nell’individuo: ossia la cura della famiglia e l’osservanza della morale cristiana. In effetti, quale essere umano sarà più derelitto e degno di compassione di qualcuno sprovvisto di affetti familiari e di fede? Ma se provassimo ad extrapolare dai due termini, casa e chiesa, alcune loro diverse specificazioni, potremmo, con grande meraviglia, scoprire il rovescio della medaglia, ovvero come determinate conclamate virtù, si rivelino, alla fine, dei difetti congeniti del gene italico.
Se, infatti, al significato di “casa” sostituissimo la propensione che gli italiani hanno alle appartenenze circoscritte, al gruppo, al clan, alla consorteria, alla fazione, ecco che ne scaturirebbe il tratto più spiccato ed antico dell’antropologia italiana. E se al termine “chiesa” sovrapponessimo quello più generale di fede intesa quale adesione ad una qualsivoglia ideologia destinata a perseguire scopi non solo e non tanto religiosi e culturali quanto politici e pragmatici miranti alla conquista o al mantenimento del potere o di determinati privilegi, ecco che potremmo spiegarci i tanti vezzi del cosiddetto “malcostume italiano”.
 |
Noi siamo i discendenti diretti dei Ghibellini e dei Guelfi, dei Bianchi e dei Neri. L’Italia è il paese delle Oligarchie che dal tempo dei Romani (chi non ricorda lo strapotere della “gens Julia”?) in poi hanno esercitato indisturbate il potere, amalgamandosi camaleonticamente in qualsiasi tipo di assetto politico gli eventi storici abbiano loro imposto. Così al Sud riscontriamo la mafia delle “famiglie che contano” mentre al Centro-Nord proliferano le lobby politico-affaristiche. Al patetico Bossi che rivendica la “nazione padana” e le origini celtiche, occorre dire che è con queste peculiarità italiche che dovrà vedersela perché non appena le suddette lobby avranno raggiunto, grazie a lui, i loro scopi, non esiteranno un attimo a liberarsene al pari di una mela marcia.
|
In Italia, la politica ha avuto, ed ha tuttora, una grandissima importanza. Essa ha supplito dove la storia non è arrivata. Basti pensare, ad esempio, che, mancando di una qualsiasi tradizione o cultura statuale, il nuovo Stato Italiano dovette importare da fuori, con una decisione esclusivamente politica, le sue articolazioni istituzionali: dallo Statuto Albertino al modello di amministrazione centrale, al sistema dei prefetti, tutto fu ricalcato dall’esperienza belga, francese e di qualche altro paese europeo. Ma proprio questo ruolo così rilevante della politica è stato responsabile di tante patologie.
Il prestigio, il potere, l’autorità, attribuiti al comando politico hanno fatto sì che i singoli, che di volta in volta si sono identificati con quel comando, si curassero poco o nulla di avere un adeguato bagaglio di cultura istituzionale. Risultato: molta politica e poco Stato, molta ideologia e poca cultura dello Stato. Ma ora basta lagnarsi. Possiamo ed abbiamo le capacità per migliorarci. Intanto prendere atto dei tanti perché siamo fatti in un determinato modo è il primo passo per proseguire e correggerci. E poi fidiamo nelle nuove generazioni: aiutiamole a crescere più colte, più preparate e consapevoli, più libere di noi dagli antichi pregiudizi.
Buon Natale a tutti.
Maglie, 22 dicembre, 2005