E’ d’attualità la questione della nuova legge sulla famiglia in procinto d’essere varata dalla nostra giunta regionale. E pur non conoscendone ancora il testo integrale, da più parti ci si lancia in veementi filippiche contro chi, a parer loro, con questa legge, intenderebbe scardinare valori intangibili della nostra cultura cristiana quali la stessa istituzione del matrimonio. E, come al solito, ci si divide e ci si accapiglia non solo tra centrodestra e centrosinistra ma anche all’interno delle stesse coalizioni. Ad accentuare la confusione, il Vaticano, con i suoi maggiori organi di stampa, l’Osservatore e l’Avvenire, censura senza mezzi termini ogni tentativo di chi, avvertendone la necessità impellente, tenta di formulare una regolamentazione pubblica delle coppie di fatto.
Neppure i termini “patto”, “contratto”, “unione” vanno bene ai censori clericali che non esitano a tacciare di cattocomunismo chi, pur sentendosi intimamente cattolico, non può impedirsi di considerare le tante disparità e discriminazioni cui vengono sottoposti milioni di cittadini italiani per l’assenza di una precisa normativa statuale. Ma come sovente succede in Italia, invece di parlar chiaro sulle reali motivazioni di tanta avversità, si ricorre alle cortine fumogene: si cerca di confondere la pubblica opinione mostrando filmati di matrimoni gay celebrati in Spagna o in Inghilterra, ben sapendo quale sarà l’effetto che la parola matrimonio, riferita ad unioni omosessuali, produrrà nella vasta platea dei telespettatori italiani.
Ma i PACS non sono matrimoni! Cerchiamo di non confonderli, come strumentalmente qualcuno tenta di fare, con la legge spagnola di Zapatero. A parte il fatto che in tutta Europa solo Austria, Irlanda e Italia sono prive di qualsiasi tipo di regolamentazione della materia, credo possa tornare utile ai lettori di ViviMaglie una descrizione sommaria di cosa sono questi vituperati PACS.
I patti civili di solidarietà sono stati introdotti in Francia nel 1999 e dal novembre di quello stesso anno disciplinano, senza scandalo e sconvolgimenti sociali, i rapporti tra coppie di persone che, per motivi più vari, non possono ufficializzare la propria unione attraverso l’istituto matrimoniale. Il PACS alla francese è solo un contratto concluso tra due persone maggiorenni, omosessuali o eterosessuali, stabilito al fine di organizzare la loro vita in comune. Esso permette di lasciare eredità al partener, di subentrargli nell’affitto dell’abitazione e di ottenere la pensione di reversibilità. I medici possono interpellare uno dei partner in caso di malattia dell’altro. A differenza del matrimonio, il PACS ha natura esclusivamente contrattuale e non modifica in alcun modo lo stato civile delle parti.
Dove, dunque, albergano le idiosincrasie vaticane? Probabilmente nel fatto che le giovani coppie eterosessuali italiane di fronte alla gravosità dell’impegno matrimoniale ed all’assenza di un’adeguata politica della famiglia che ne favorisca la formazione e ne tuteli fattivamente il percorso, possano preferire ben più agevoli scorciatoie. Se così fosse ci troveremmo di fronte alla solita politica dello struzzo! Significherebbe ostinarsi a non voler vedere una realtà che ormai è di così vaste proporzioni da rappresentare, essa sì, la prassi non l’eccezione.
I nostri giovani ormai da tempo preferiscono la convivenza al matrimonio e, se le motivazioni di tale tendenza sono il frutto di antiche quanto miopi scelte politiche, l’eventuale inversione di tale tendenza potrà avvenire solo ed esclusivamente attraverso innovativi progetti politici. Ed è in questo senso che la Chiesa, già da tempo, avrebbe dovuto sollecitare i “suoi politici”. Perché se i matrimoni sono in calo e l’emergenza demografica è ormai sulla soglia del non ritorno, le responsabilità vanno ricercate anche tra quei politici che oggi, invece di lasciarsi andare in pedissequi quanto inutili anatemi, dovrebbero, con un onesto esame di coscienza, interrogarsi sul come e perché, in tutti questi anni, tanto poco essi abbiano contribuito alla salvaguardia dei valori e dell’essenza stessa della famiglia. Eppure sarebbero bastati pochi accorgimenti per venire incontro alle necessità delle giovani famiglie: ad esempio agevolazioni nella fruizione di crediti, una politica della casa ed una disciplina degli affitti, assistenza garantita pre e post-natale, gratuità degli asili nido, assegni familiari ben più corposi e realistici, un’adeguata defiscalizzazione per i monoreddito. Invece, poco o nulla.
Chi scrive, se Dio vorrà, festeggerà quest’anno i suoi “primi” quarant’anni di matrimonio. Un matrimonio felice, certo, ed allietato da quattro nascite: ma quanta fatica! Sono stati quarant’anni cadenzati da rate di mutui, da inarrivabili fine-mese, da una continua lotta per la scelta delle priorità. Come dimenticare il confronto delle buste paga dei colleghi scapoli? In concreto si percepiva quasi la stessa somma: la differenza consisteva nel fatto che loro potevano considerarsi, almeno temporaneamente, dei “quasi ricchi” mentre il sottoscritto, con moglie e quattro figli a carico, si sentiva un “quasi povero”.
Non si combatte in favore del matrimonio e della famiglia impedendo che altre categorie di cittadini, a causa di una loro differente conformazione ormonale o di particolari condizioni sociali, in barba agli art. 2 e 3 della nostra Costituzione, ottengano quel riconoscimento giuridico cui hanno sacrosanto diritto. In particolare, tengo a riportare quanto recita una parte dell’art. 3: “…E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”
Ma si sa, l’Italia è il Paese dove si predica bene ma…
Maglie, 7 febbraio, 2006