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Ultimo aggiornamento: 29-07-2010 11.30
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Home->Il Salotto buono->Sull’informazione, la TV, la politica e “la faccia di bronzo”

Sull’informazione, la TV, la politica e “la faccia di bronzo”
(di Enzo Lattante)







Di aviaria non se ne parla più. L’emergenza, se mai c’è stata, è finita? E il gas lo possiamo usare con tranquillità? La Russia che fa? Ha riaperto i rubinetti? Milosevic è morto: suicida o per cause naturali? Neanche l’autopsia riesce a chiarire granché: pare, però, che, di nascosto, assumesse un farmaco nocivo. Il Cavaliere litiga con l’Annunziata e la CdL, si dice, risale nei sondaggi. Caruso, l’inquietante rais dei noglobal nostrani, rinnega l’intervista al Quotidiano Nazionale, sui fattacci di Milano, e minaccia di adire le vie legali. Il giornale, però, conferma l’intervista. Intanto il 16 marzo è trascorso e non un accenno, non una recensione sull’anniversario del rapimento di Aldo Moro.

Sono solo alcuni, recentissimi esempi di cosa significhi, al giorno d’oggi, fare informazione. L’impressione che uno come me ricava, girovagando su internet o sfogliando le prime pagine delle diverse testate giornalistiche, dal Corriere a Repubblica, dalla Stampa al Messaggero fino alla nostra Gazzetta, è quella che esista una sorta di “cartello” comune, una specie di rubinetto erogatore di notizie che ad un certo momento si apre per tutti ed in un altro, per tutti, si richiude. C’è un’omologazione impressionante della notizia. Cambierà qualche virgola, la priorità dell’evidenza ma, in sostanza, la musica è sempre la stessa. Come dar torto a chi insinua l’esistenza d’un direttore d’orchestra?

Per quanto riguarda le argomentazioni, gli alchimisti della notizia hanno a loro disposizione diversi strumenti: possono informare ma, anche, disinformare, essere faziosi o dichiarare di voler volare alto: talvolta lo fanno così bene da perdere il contatto con la base terra. Possono essere reticenti o, al contrario, dimostrarsi così addentro alla notizia da costruirci su castelli che esistono solo nella loro mente.

E intanto il popolo bue cosa fa nel frattempo? Può mangiarsi con tranquillità una coscia di pollo o lasciare che l’industria avicola vada a ramengo? E può reputare credibile che un detenuto eccellente come Milosevic avesse la facoltà di assumere farmaci a suo piacimento-nocumento o propendere all’idea, probabilmente più realistica, che una mano pietosa gli abbia offerto una calda tisana alla cicuta?

Il popolo bue è frastornato e continua a dividersi tra coloro che si “bevono” tutto, reputando giornali e TV alla stregua dell’oracolo di Delfi, tra gli scettici (ci sono anch’io) che tendono a prendere le notizie con le pinze asettiche del chirurgo, tra i facinorosi cui basta la più piccola scintilla per attizzare il fuoco della loro partigianeria e tra quelli (la maggioranza) che rinunciano. Sono quelli che non comprano i giornali e che, non appena inizia un telegiornale, cambiano canale. Sono quelli che fanno la fortuna di tante trasmissioni televisive dal Grande Fratello alla Fattoria, dall’Isola dei Famosi alla Talpa, dagli Amici di Maria a Uomini e Donne ecc. ecc.

E’ questa maggioranza che, per istinto, diffida della notizia che riguarda la realtà che la circonda e, rifuggendola, cerca svago dalla sua quotidianità tuffandosi e rispecchiandosi in quegli spettacoli che mostrano un’altra quotidianità, quanto mai discutibile e artefatta, vissuta da gruppi di esseri umani disposti a mercificare la propria intimità e, con essa, purtroppo, anche ciò che fa la differenza tra l’essere umano e la persona: la dignità. Ed è di questa comparazione che essa ha bisogno per consolarsi di un'esistenza che giudica scialba e anonima. La visione dei comportamenti di quei volontari topi in gabbia, rapportati alle proprie miserie, l’avvince, la tranquillizza e, magari, la fa sentire migliore o, quanto meno, alla pari di quelle cavie eccellenti e le impedisce di considerare la cornice di fondo di questi cosiddetti “reality”: lo squallore.

Domenica sera ho assistito ad una puntata di “Amici di Maria” (De Filippi, ovviamente), a testimonianza che in casa mia, per quanto riguarda la potestà del telecomando, sono in minoranza. Ebbene, questa trasmissione, che in teoria dovrebbe mettere in risalto i progressi raggiunti da alcuni giovani aspiranti artisti, prescelti non si capisce bene in base a quali criteri, dopo mesi di scuola artistica, facendoli esibire l’un contro l’altro in prove disciplinari che vanno dalla danza al canto ed alla recitazione, manda allo spettatore un messaggio veramente inquietante. Non sono gli insegnanti, che, come di norma, dovrebbero alla fine designare i più meritevoli, a decidere appunto chi merita di restare nella scuola e chi, invece, farebbe meglio a dedicare le proprie energie in altri campi, se non proprio nei campi.

Chi decide è il televoto: uno strumento notoriamente e magistralmente adoperato da stuoli di teenagers, soprattutto di sesso femminile, che con i loro sms premiano il ragazzotto di turno che più di altri è riuscito ad accendere le loro fantasie adolescenziali ma che di talentuoso e meritorio null’altro possiede al di là di un'incredibile faccia di bronzo. Apostrofare programmi televisivi di tal genere col termine “diseducativi” pare quanto mai limitativo. Eppure, mi si dice, il programma è seguitissimo, non solo dalle teenagers ma, anche dai loro genitori e parenti tutti. Pare che, la domenica sera, la maggioranza dei telespettatori italiani segua con partecipazione e diletto questa trasmissione. Sono preoccupato. Sono preoccupato perché sarà proprio questa maggioranza a fare la differenza il 9 e il 10 aprile.

L’umoralità delle sue motivazioni accorderà ancora fiducia ai sogni sem’infranti del Cavaliere o preferirà la pacata quanto ostentata “serietà” del Professore? L’istrionismo mediatico di Berlusconi riuscirà a far dimenticare a questa maggioranza i cinque lunghi e difficili anni della sua amministrazione intrisa di lacerazioni sociali, crisi istituzionali, scontri personali e declino economico? E l’impegno programmatico delle 281 pagine dell’Ulivo quanto riuscirà ad essere realmente apprezzato da questa maggioranza? Sono veramente preoccupato perché, se “tanto mi dà tanto”, la faccia di bronzo ha serie possibilità di successo.

Le motivazioni di una scelta
Per restare sempre in tema d’informazione, mi ha colpito l’editoriale firmato da Vincenzo Corona, a pag. 3 di BelPaese, di giovedì 2 marzo 2006 dal titolo “Una risorsa chiamata classe dirigente”. Già, chi l’avrebbe mai detto solo pochi anni addietro che questo nostro ventoso ed assolato lembo di terra ionica sarebbe, di lì a poco, balzato agli onori nazionali delle cronache turistiche, politiche e sportive? Un episodio della mia infanzia, il cui ricordo ancora ferisce il mio amor proprio di meridionale, mi fece capire, d’un tratto, quanto poco, noi, della provincia di Lecce, contassimo nella consapevolezza degli italiani del nord. Dopo un lungo viaggio di pellegrinaggio, in pullman, eravamo finalmente giunti a Padova. Nella piazza antistante la Basilica del Santo, mentre acquistavamo le candele da donare in chiesa, la venditrice, accortasi dell’insolito accento di mia zia Lucia, le chiese da dove venisse. Ciò che ricordo fu l’imbarazzo della zia che, dopo un attimo d’esitazione rispose incerta: ”Da Bari”. Cioè, mia zia, Dio l’abbia in gloria, pensò, probabilmente a ragione, che per far intendere senza equivoci la sua provenienza pugliese, non solo sarebbe stato inutile rispondere “Lecce”, figurarsi “Maglie”!

Un'altra conferma, dell’oblio culturale in cui pasceva la nostra provincia, la ebbi nell’ottobre del 1970, quando, in qualità di operatore dell’allora Sip, in vista della realizzazione della teleselezione nazionale, fui incaricato del collaudo dei collegamenti con i capoluoghi di tutte le regioni italiane. Ebbene, ogni qual volta che mi presentavo al collega corrispondente di Milano, Torino o Firenze con la consueta formula ”E’ una prova da Maglie”, regolarmente mi sentivo rispondere “Da dove?” E quando, un po’ stizzito puntualizzavo che stavo chiamando da Maglie, una ridente cittadina della provincia di Lecce, nel cuore della penisola salentina, il più delle volte mi sentivo rispondere: “Penisola cosa?”

Oggi, no. Oggi è diverso. Per dirla con Corona, è accaduto che grazie alla geniale iniziativa di Lorenzo Ria, che ha interpretato la funzione della Provincia come un motore propulsore di promozione del territorio, oggi il Salento è divenuto una delle mete più ambite del turismo nazionale ed internazionale. Ma è certo che da solo, Lorenzo Ria non sarebbe bastato. Nella corsa alla rivalutazione territoriale, in un virtuoso innesco di sinergie, ha partecipato non soltanto la stragrande maggioranza dei sindaci del comprensorio leccese. Determinante è risultato l’impegno fornito dall’Università e da numerosi imprenditori che hanno creduto ed investito nello sviluppo di questa nostra Terra d’Otranto. Come recita l’editoriale, tutto ciò poteva anche non accadere, ma il fatto che invece sia accaduto è la prova provata dell’importanza di chi, nella nostra società, riveste ruoli decisivi: l’importanza della classe dirigente.

Già, come suol dirsi, la lingua batte dove il dente duole. Il 9 ed il 10 aprile, gli italiani saranno chiamati al voto per confermare l’attuale classe dirigente del Paese o per sostituirla ritenendola inadeguata. Paolo Mieli, direttore coraggioso del Corriere della Sera, ha deciso di schierarsi. Lo faccio anch’io, perché credo sia doveroso, per chiunque ne abbia la possibilità, esternare e motivare le proprie preferenze. La posta in gioco è troppo grande. Altri cinque anni di declino possono essere fatali per l’Italia. Chi ci ha governato, dal 2001 ad oggi, si è chiaramente dimostrato, al di là di ogni dubbio, inadatto a sostenere le sfide che la modernità di questo nuovo millennio comporta.

La globalizzazione dei mercati, voluta e perseguita, occorre ricordarlo, dai famosi G7, i sette paesi più industrializzati del mondo, Italia compresa, comportava la scelta prioritaria di investire con profusione, con ogni energia disponibile, nell’innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica. La prevedibilissima concorrenza, in particolare nel campo manifatturiero, dei paesi orientali, di cui qualcuno oggi nel governo si lamenta e che chiama impropriamente sleale, è stata colpevolmente ignorata. La nostra classe dirigente, di fronte alla desolante stagnazione del mercato, ha scelto l’invettiva: contro l’euro prima, contro Cina ed India poi, invocando a gran voce un anacronistico ritorno ai dazi e alle dogane.

Questa non è solo inadeguatezza ma insipienza allo stato puro. Un’Italia fuori dall’euro sarebbe, in termini economici, un pezzo di Nordafrica conficcato nelle costole europee. Contestare questo dato di fatto è, di per sé, sintomo d’inequivocabile malafede o, in alternativa, di totale ignoranza di materia economica. Il disagio provocato dall’ingresso della nuova moneta è da addebitare esclusivamente alla mancata politica del controllo sui prezzi che ha consentito, in particolare alla grande distribuzione, di realizzare indebiti profitti, creando l’equiparazione: mille lire = un euro.

Le nostre università, per sopravvivere ricorrono, come le squadre di calcio, agli sponsor mentre, nelle altre scuole pubbliche, gessetti, carta igienica e cancelleria sono ormai ad esclusivo appannaggio dei genitori. La situazione non è dissimile negli uffici pubblici, nei ministeri e nei tribunali. Per quanto mi riguarda, posso affermare, senza tema di smentite quanto segue: sono pensionato dall’anno 2000; ebbene a tutt’oggi, a quasi sei anni di distanza, la mia pensione non si è incrementata di un solo euro, in barba ad ogni criterio di adeguamento sull’inflazione. A questo punto, accusare chi si lamenta di catastrofismo ed affermare invece che “tutto va bene madama la marchesa” significa solo dimostrare una spudorata faccia di bronzo.

Maglie, 1 aprile, 2006

Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it

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