
Generalmente preferisco non tornare su argomenti già trattati perché credo che su qualsiasi questione ci sarà sempre, per fortuna, chi la pensa in modo diverso e difficilmente si lascerebbe convincere a cambiare opinione solo in virtù di ulteriori approfondimenti. Ma la manifestazione del 12 maggio, il famoso “Family day”, ed una e-mail scrittami da Raffaello, un caro amico di cui ho grande stima, mi hanno indotto a riprendere il tema, spero, per l’ultima volta. Questa l’e-mail:
“Caro Enzo, ti ringrazio innanzi tutto per avermi chiesto il parere sulla tua "ultima fatica". Mi hai chiesto di essere sincero ed in tutta sincerità ti dico che mi sembra un ottimo lavoro; un lavoro preciso, puntuale, puntiglioso e documentato. Ho apprezzato l'equilibrio con cui hai trattato la questione, l'apertura mentale; mi è piaciuta la volontà di accettare, senza pregiudizi, il confronto con chi la pensa in maniera differente ed in particolare con i rappresentanti della Chiesa, superando così d'un sol balzo, come tu dici, "la sterile contrapposizione tra guelfi e ghibellini".
Entrando nel merito della questione, io pur riconoscendo l'esistenza della questione "coppie di fatto" (mi hai chiesto di essere sincero e lo sono fino in fondo), per tradizione, per bagaglio culturale e per educazione ricevuta faccio fatica ad accettare un concetto di famiglia differente da quello tradizionale. Ammetto di non essere in grado di sostenere in maniera competente queste mie valutazioni e ammetto pure di aver fatto, in questo caso, una scelta di campo in maniera molto istintiva ed epidermica.
Sono queste, a mio avviso questioni di una delicatezza estrema e di grandissima importanza per il futuro nostro e soprattutto per quello dei nostri figli, questioni che spesso sono purtroppo affidate a persone che le strumentalizzano e le utilizzano per scopi puramente personali. Succede spesso purtroppo che i confronti e le discussioni sull'argomento diventino delle mere palestre dialettiche, che hanno il solo risultato di confondere ancor di più le idee a chi già le ha molto confuse.
Anche se non sono la persona più adatta a sostenere certe tesi, devo concludere che se domani ci dovesse essere un referendum - contrariamente a quanto ho già fatto in occasione di divorzio ed aborto - questa volta non sosterrei l'innovazione dei "dico". Sorry! Ciao.””
Questa, invece, è la risposta che, a suo tempo, ho inviato all’amico Raffaello, sempre per via di posta elettronica:
“Carissimo Raf, penso d'aver fatto proprio bene a seguire il mio intuito nel chiederti un giudizio sincero sul mio lavoro. La tua recensione, in perfetto stile giornalistico (perché non scrivi qualcosa anche tu per ViviMaglie?), puntuale ed emotivamente coinvolgente, non solo mi ha gratificato, ma ha aperto uno spiraglio su un aspetto della questione che rappresenta una lacuna nella stesura del mio manufatto. Quello cioè che concerne quella sorta di repulsa che nasce istintiva, viscerale, (epidermica, come dici tu), quando ci troviamo di fronte alla "diversità"; tanto più se quella diversità può apparire in aperto contrasto con tutto ciò di cui (tradizione, bagaglio culturale ed educazione ricevuta) ci siamo nutriti e con cui abbiamo costruito la nostra coscienza. Nessun "sorry" quindi, non devi dispiacerti per non poter condividere quanto ho scritto perché anch'io ho costruito la mia coscienza con gli stessi attrezzi che sono stati i tuoi. Ma quando affermo ciò che affermo è che penso alle tante, tantissime altre persone, nostri connazionali, che magari hanno avuto tradizioni, bagagli culturali ed educazioni diversi dai nostri ma che ugualmente hanno diritto non solo al rispetto ma soprattutto alla tutela, se non altro, da parte del legislatore. Alla prossima! Con affetto e stima. Enzo.””
Con ciò è chiaro che l’argomento sui DICO non può affatto ritenersi concluso soprattutto perché c’è sempre qualcuno che ama galoppare sull’onda dell’equivoco che nasce sul significato del termine “famiglia”. Leggo sul vocabolario: “Nucleo fondamentale della società umana costituito da genitori e figli”. Prima apparente incongruenza: e le coppie sterili? Secondo il vocabolario non sarebbero famiglia. Mi leggo fino in fondo l’intera didascalia: nessun accenno al matrimonio. Vado sui modi di dire: “Farsi una famiglia” significa prendere moglie (o marito) mentre “Tenere famiglia” viene tradotto con l’essere sposato (o sposata). Poiché per prendere moglie e sentirsi sposato credo sia necessario unirsi in matrimonio, deduco che, unicamente secondo i “modi di dire”, per sentirsi famiglia occorra sposarsi.
Incongruenze e modi di dire a parte, credo che non ci siano dubbi sul fatto che l’unione tra un uomo ed una donna, da cui sono nati dei figli, definisce esattamente l’idea di famiglia, a prescindere dall’atto matrimoniale. Se poi gli attori di questa unione decidono di sposarsi civilmente per godere, si fa per dire, dei vantaggi economici e sociali che lo Stato prevede per questo tipo di unioni, ben venga, ma il contratto matrimoniale non può aggiungere nulla al concetto di famiglia che appartiene unicamente alla volontà dei due conviventi originari. Lo stesso vale anche nel caso del matrimonio religioso anche se c’è da dire che chi sceglie di fare promesse solenni davanti a Dio se ne prende anche tutte le responsabilità conseguenti. In ogni caso non è il contrarre matrimonio che stabilisce chi è famiglia e chi non lo è per cui, in linea teorica, correrebbe l’obbligo del riconoscimento giuridico di famiglia a tutti quei nuclei che per semplice attestazione anagrafica, rientrano nella definizione data dal vocabolario.
A questo punto sembrerebbe, sempre in linea teorica, che la pratica del matrimonio sia addirittura superflua. Non è così perché per evitare quella sorta d’anarchia sociale che ne deriverebbe, è necessario, quanto meno dal punto di vista civile, che la coppia originaria si assuma pubblicamente tutte quelle responsabilità ed impegni che la loro unione comporta, in particolare nei reciproci confronti ed in quelli della prole. Coloro che pur avendo tutte le carte in regola decidono, per libera scelta, di non sposarsi, né civilmente né religiosamente, devono pertanto assumere la consapevolezza di non poter richiedere alcun riconoscimento giuridico, al di fuori degli attuali obblighi, già previsti per legge.
Se ciascuno di noi avesse ben chiaro nella mente chi è famiglia e chi no, si eviterebbero quelle inutili quanto strumentali speculazioni che, come il nero di seppia, vengono sparse per confondere acque e idee sul disegno di legge del duo Bindi-Pollastrini e che, come substrato culturale, trovano la loro origine in un inconfessabile sentimento di avversione nei confronti degli omosessuali. I DICO, nel loro tentativo di dare una forma di legalità a quei diversi tipi di convivenze che esistono al di fuori del matrimonio canonico, ossia quelle tra omosessuali e quelle che concernono unioni di pura opportunità solidale non potranno mai dare, nemmeno formalmente, a queste unioni la dimensione, l’equiparazione e il riconoscimento di nucleo familiare. Com’è fuori discussione la paventata concessione della possibilità di adozione di minori da parte delle coppie suddescritte.
Liberiamo pertanto il campo da pregiudizi e fobie e facciamo in modo che il nostro parlamento discuta su questa legge nel modo più sereno e laico possibile. Conosciamo su questo tema il pensiero della Chiesa o, meglio, della CEI, e non posso in cuor mio che deplorare il ricatto morale (si parla addirittura di scomunica) cui vengono sottoposti i nostri legislatori che si professano cattolici. Non condivido ingerenze così massicce perché un conto è esprimere le proprie idee, un altro cercare di imporle ad ogni costo. I grandi meriti della Chiesa Cattolica sono innegabili, ma occorre anche ricordare che sovente essa, per l’emancipazione del pensiero e della condizione umana, s’è dimostrata un’autentica palla al piede, per sua stessa ammissione, anche se pervenuta con secoli di ritardo.
Maglie, 28 maggio, 2007
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it