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Home->Il Salotto buono->Una questione di fede (ovvero: sono nato cattolico ma, credo, morirò cristiano) (02-08-2007)

Una questione di fede
(ovvero: sono nato cattolico ma, credo, morirò cristiano)
2 agosto 2007

(di Enzo Lattante)








Il due di giugno, anniversario del referendum istituzionale con cui nel 1946 si diede il benservito alla monarchia e che da allora è diventato festa della Repubblica, ormai da tempo, per gran parte degli italiani, s’è trasformato in un giorno di vacanza in più da dedicare al riposo o, se il tempo è bello, da godere in montagna o al mare. A parte un malinconico sventolio di bandiere sui vari municipi d’Italia, sempre più scarse e marginali appaiono le iniziative pubbliche di commemorazione e sono convinto che tanti, dei nostri giovani studenti, ignorino addirittura cosa si dovrebbe commemorare. Che differenza tra il quattordici luglio francese o il quattro luglio statunitense! Del resto di che meravigliarsi visto che nella nostra scuola è stata soppressa l’ora di educazione civica?

A Maglie, il due di giugno scorso, l’Associazione “Biblioteca di Sarajevo” ha organizzato un dibattito pubblico sul tema della laicità dello Stato. Se, invece di rinnovare la memoria storica sul come e perché sia nata questa nostra repubblica, si è sentita la necessità d’interrogarsi se viviamo in uno stato liberale e laico, come la nostra carta costituente vorrebbe, o, piuttosto, in uno stato subordinato e condizionato da ingerenze clericali, appare evidente quanto la discussione sui rapporti tra Stato e Chiesa sia tornata di grande attualità, soprattutto in Italia.

Ciò che in particolare è emerso, dal dibattito del 2 giugno, è stato un forte sentimento di disagio, quasi di malessere. Ed è un malessere che nasce dal contrasto tra una società civile sempre più secolarizzata ed una religione, quella cattolica, che, dinanzi a questa tendenza, oppone un’inusuale intransigenza non solo su questioni liturgiche ma soprattutto su temi etici e filosofici. Non intendo accodarmi pedissequamente alla fila sempre più corposa dei denigratori di papa Ratzinger, ma avverto l’esigenza di chiedermi le ragioni di certi atteggiamenti dell’attuale gerarchia ecclesiale. L’appoggio esplicito e ripetuto di Benedetto XVI alla discutibile linea della CEI di intervento diretto nella politica legislativa del nostro paese (vedi referendum sulla legge 40 e progetti di legge sui PACS/DICO) fa crescere inevitabilmente nella cultura laica comprensibili manifestazioni di anticlericalismo che poi si trasformano in diffidenza ed ostilità nei confronti dello stesso messaggio evangelico.

Eppure, leggo nella sua biografia, Ratzinger, prima di lasciare la Germania per assumere a Roma la funzione di Grande Inquisitore, era un teologo moderato, aperto al dialogo inter-religioso, alla scienza moderna e particolarmente attento al contributo dei teologi protestanti per una migliore comprensione della Bibbia. A Roma l’inversione di rotta. E non si può certo affermare che le sue posizioni non fossero già note prima della sua elezione. Prima dell’inizio del Conclave, quando in pratica si è proposto come candidato alla successione di Giovanni Paolo II, ha fatto capire chiaramente come la pensa: ha accusato la cultura occidentale di quasi tutti gli “ismi” possibili: dal relativismo al marxismo, dal liberalismo all’ateismo, dall’agnosticismo al sincretismo, proponendo il suo sogno di una Chiesa sovrana tra popoli e governi, in grado d’imporre a tutti i suoi valori e le sue norme di comportamento: in pratica la restaurazione della Cristianità del periodo medievale.

C’è veramente da chiedersi quali motivazioni abbiano spinto la maggioranza dei vescovi elettori ad indirizzare verso il cardinale Ratzinger le loro preferenze. Si ha l’impressione che dietro a questa nomina non ci sia il Concilio Vaticano II con la sua apertura al dialogo ed alla cultura moderna ma piuttosto il Concilio Vaticano I, quello cioè di una Chiesa arroccata sulla pretesa di infallibilità di Roma. Perché dunque la Chiesa cattolica, almeno nelle sue gerarchie superiori, teme il confronto con la modernità e si rinchiude nel fortilizio dei dogmi? Giovanni XXIII, all’apertura dei lavori del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre del 1962, disse che la Chiesa, da allora in avanti, avrebbe preferito la medicina della misericordia alle condanne.

E’ pur vero che da allora il ricorso sbrigativo alla condanna è divenuto elemento straordinario ma come mai nonostante due figure eccezionali di papi, quali indubbiamente sono state quelle di Paolo VI e GIOVANNI PAOLO II, così poco è stato fatto per seguire le indicazioni conciliari? Certo, abbiamo avuto la messa nelle lingue parlate, le nuove chiese hanno costruito gli altari rivolti ai fedeli ma queste ed altre piccole innovazioni si sono rivelate una connotazione di facciata più che di sostanza. La moderna società europea necessita, oggi come sempre, di spiritualità ma, al contrario del passato, questo bisogno non viene acuito da situazioni di tragicità quali guerre, pestilenze e miseria ma si manifesta unicamente per quello che in realtà è: un’inestinguibile esigenza interiore. Non si ricerca il bene per la paura del castigo bensì per l’intima felicità che ne deriva.

Prima di Gesù l’etica si concentrava nella ricerca della virtù, ovvero di quell’insieme di qualità, quali l’onestà, la rettitudine e l’osservanza delle leggi, che vedeva l’uomo inserito e delimitato unicamente nel rapporto cittadino-stato. Nessuno prima di Lui aveva posto come massimo fondamento morale l’Amore dell’Uomo per l’Uomo. E che Gesù preferisse amare piuttosto che condannare è ampiamente documentato nei Vangeli: prese le difese della donna adultera, non pronunciò un sermone moralista alla samaritana che viveva con il sesto uomo, curò la donna fenicia o il servo del centurione romano senza pretendere che professassero la sua fede, si identificò con i più poveri, gli ammalati e gli oppressi, non fu indifferente alle masse affamate ed insinuò che governare non è comandare ma servire.

Questo è il messaggio universale, rivoluzionario allora come continua ad esserlo oggi, in grado di travalicare tutti gli “ismi” di questo mondo perché parla direttamente al cuore degli uomini. E chi è portavoce di questo messaggio come la Chiesa cattolica non dovrebbe temere alcun confronto ideologico perché le ideologie nascono e muoiono unicamente nella sfera del raziocinio. L’uomo per sua natura non è solo ragione, tutt’altro. Non saper ascoltare ed interpretare le istanze che provengono da una società in continua evoluzione, rifiutare di aprirsi al dialogo e trincerarsi in un integralismo dogmatico ben poco rispondente alle moderne esigenze di spiritualità non fanno altro che favorire l’allontanamento del popolo di Dio dalla Sua Chiesa. Negli ultimi 25 anni i cattolici europei sono scesi dal 35 al 26 per cento in una tendenza che non accenna al cambiamento. Eppure molti europei, come il sottoscritto, continuano a credere in “un Dio” (nel senso più ampio e generico di questo termine) ma, in larga misura, non si identificano più con “il Dio” proposto da una religione precisa di cui, pertanto non si sentono più membri. Così accade, come recita la formula coniata da una famosa sociologa inglese, Grace Davie, di “credere senza appartenere”.

Frei Betto, in un suo scritto, a proposito di Benedetto XVI afferma: “Non so se il nuovo papa abbia qualche sensibilità sociale. Nei suoi discorsi e nei suoi scritti non ricorrono la figura del povero o la tragedia della povertà.” E, a proposito dell’idiosincrasia che il nuovo pontefice mostra per il relativismo moderno e, in particolare, per la figura di Nietzsche auspica: “Dio faccia sì che il nuovo papa scenda dal piedistallo dell’accademismo teologico e si faccia pastore, abbracciando il titolo papale più evangelico e squisito -<<servo dei servi di Dio>>.

E’ un auspicio che condivido pienamente perché il mondo tormentato in cui viviamo si aspetta da Roma qualcosa di più che anatemi, censure, scomuniche e segregazioni. Per quanto mi riguarda, se è vero com’è vero che sono nato cattolico, cercherò di completare la mia vita da buon cristiano.

Maglie, 2 agosto, 2007

Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante1@tin.it

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