
E’ deprimente!
Che un Paese come l’Italia, abitato da un popolo il cui genio è stato da sempre il punto fermo di riferimento per gran parte dell’umanità, oggi, debba annaspare tra i liquami di una corruzione che definire diffusa appare sminuente, di una criminalità che s’è fatta istituzione, di una paralisi economica e politica senza precedenti e senza confronti, almeno in Europa, non solo è deprimente per i cittadini di buona volontà che ancora lo abitano, ma, soprattutto, umiliante.
Il nostro è uno dei Paesi più indebitati al mondo ma non riusciamo a risanare questo debito pur sopportando una tassazione che è arrivata a livelli decisamente vessatori. Le nostre bollette sono le più care d’Europa, i nostri servizi i più scadenti, i nostri stipendi i più bassi ma, in compenso, quelli dei nostri manager i più alti. Conviviamo con un’impunita quanto scandalosa evasione fiscale, con una Giustizia che fa tremare le vene a chi si vede costretto a ricorrervi, con un mercato del lavoro che genera precariato e servi della gleba, con delle corporazioni blindate che obbligano i figli a fare lo stesso mestiere del padre, sempre che se ne presenti l’occasione. Potrei continuare a lungo in questo elenco ma non voglio essere noioso anche perché non potrei dire nulla di più che il lettore non sappia già di suo.
Di questo stato di cose, molti, in maniera puerile, danno la colpa all’euro. Il fatto è che all’Italia, da sempre avvezza a viaggiare metaforicamente a piedi, con l’adozione della nuova moneta è come se avessero regalato una bicicletta il cui uso le era sconosciuto. Così ha continuato a viaggiare a piedi, portandosi appresso la bicicletta su cui non osava salire. L’Italia, che conosceva un unico modo di affrontare i momenti di crisi economica, la svalutazione della sua liretta, trovandosi per le mani una moneta forte che le imponeva un cambio radicale nelle strategie economiche, non ha saputo adeguarvisi per miopia ed incapacità, c’è da dire, non solo politiche.

Infatti, oltre alla scarsa lungimiranza della nostra classe imprenditoriale che, dinanzi ad un mercato sempre più globalizzato, non ha saputo far fronte alla concorrenza di paesi quali L’India e la Cina, perseverando nella produzione di prodotti che non potevano reggere il confronto, nel nostro Paese esiste un sistema creditizio di stampo feudale che sa solo tiranneggiare e strangolare gli onesti, organizzare improbabili “scalate” con gli amici del quartierino, emettere bond fasulli e negare finanziamenti alla progettualità e all’intraprendenza dei singoli.
Per le ragioni suesposte e per le tante omesse, in Italia, il Belpaese per antonomasia, si vive male. Il sentimento predominante è l’insicurezza: insicurezza per il lavoro da trovare, per quello che si ha ma che si potrebbe perdere, insicurezza per la salute, per il diritto, per la stessa vita quotidiana insidiata da vecchi e nuovi predoni, insicurezza per l’oggi e per il domani. E quando ai giovani si preclude la possibilità, non dico di progettare il proprio futuro, ma, addirittura, di sognare un futuro, quel Paese non merita di esistere. Dovremmo essere commissariati come si fa con quegli enti locali incapaci di amministrarsi da soli. Già, ma chi si accollerebbe questa “mission impossible”?
Viene veramente da chiedersi: ma come si è arrivati a questo punto? Tante e di tanti le responsabilità, certo! Le farei risalire addirittura a quel famoso boom economico degli anni sessanta che, insieme al televisore e al frigorifero per tutti, introdusse nella pubblica amministrazione tanta spavalderia e faciloneria. In seguito si continuò con una politica economica goliardica che, tappando un piccolo buco qua e un altro là, ne fece altri sempre più grandi. Cercare però delle responsabilità, in un Paese in cui più nessuno vuole o è in grado di assumersene, appare quanto meno velleitario. Molto più opportuno, invece, se non vogliamo veramente che la UE ci commissari, tentare di uscire dall’enpasse in cui ci siamo avviluppati.
Ovviamente lo sguardo va alla politica essendo l’unica risorsa in grado di dare indicazioni e svolte importanti al sistema Paese. Ma è proprio in questo campo che si tocca il culmine della depressione. L’Italia appare imprigionata in una logica bipolare che non offre sostanziali possibilità di scelta. Le due coalizioni sono ingessate dalle loro stesse alleanze ed anche se il centrodestra si proclama compagine meno eterogenea dell’avversario, anch’esso, avendo governato per un’intera legislatura con larga maggioranza, non è riuscito a produrre quelle innovazioni e quelle riforme strutturali di cui necessitava il Paese.

Che adesso, dopo appena un anno e mezzo di governo del centrosinistra, s’invochi il ritorno alle urne, mi pare un autentico ricadere dalla padella nella brace. Chi non è riuscito ad operare con sufficienza per il bene comune, in cinque lunghi anni, che garanzie di successo può mai offrire per il futuro? Da qui, la necessità di operare delle serie modifiche istituzionali. Mi riferisco alla riduzione del numero dei deputati, alla soppressione del bicameralismo, alla trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e soprattutto alla riforma elettorale. Occorre una nuova legge che metta finalmente il cittadino nelle condizioni di poter scegliere il proprio candidato, legato quindi al territorio, ed un consistente sbarramento che impedisca la nascita di quei partitini “personali” che, col quotidiano esercizio del ricatto politico, si sono dimostrati il vero flagello della nostra democrazia.
Se la classe politica attuale fosse dotata di autentici buon senso e buona fede nulla osterebbe a che maggioranza e opposizione si sedessero ad un tavolo comune per discutere di queste questioni che sono di vitale importanza per la conduzione del Paese. Purtroppo Berlusconi, il capo dell’attuale opposizione, risponde picche e vuole andare ad elezioni anticipate costi quel che costi, rifiutando ogni tipo di dialogo con la maggioranza. Non mi meraviglia: è il tipico atteggiamento di chi ha sempre anteposto la soluzione dei suoi problemi personali a quelli del Paese.
Ma qualcosa, grazie a Dio, sta cambiando. Dopo il grande successo editoriale de “La Casta” ed il “V day” di Beppe Grillo, si fa strada nella pubblica opinione la consapevolezza di potersi liberare di certi carrozzoni fatiscenti ponendosi di fronte alla nudità del re, schernendola ed indignandosene. Nel frattempo, un altro accadimento, recente e storico al contempo, si è concretizzato per alimentare le speranze di chi anela e merita una classe politica più trasparente, meno privilegiata e bizantina e più attenta ai reali problemi della società civile: la nascita del Partito Democratico di Veltroni.

Faccio parte di quei tre milioni e mezzo di cittadini che il 14 ottobre, con il contributo di un euro, hanno acquistato il biglietto della speranza ed è inutile negare che lo spirito di chi si è recato alle urne quel giorno sia stato quello da ultima spiaggia. La sfida è stata raccolta e la fiducia accordata: o il nuovo PD riuscirà ad essere quello per cui è stato votato ovvero l’iniziatore di una diversa stagione politica, capace di delineare i contorni di una ideale nuova frontiera, di catalizzare intorno a sé le migliori energie di cui ancora dispone il Paese, di ridare valore e respiro a tutte quelle risorse umane da troppo tempo soffocate dal conformismo ideologico, oppure sarà veramente il caso di abdicare, deporre ogni speranza ed ogni dignità e, senza remora alcuna, chiedere… l’annessione alla Germania!
...sempre che i tedeschi siano d’accordo.
3 novembre 2007
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
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