
Le continue e rivoluzionarie scoperte nel campo della biologia, che permettono all’uomo di modificare e manipolare il suo stesso codice genetico, aprono inquietanti scenari sul possibile utilizzo di queste scoperte e sollevano questioni etiche di altrettanta complessità. A proposito degli embrioni umani, ad esempio, ci si chiede se sia più o meno lecito adoperarli per la ricerca scientifica, utilizzando le loro cellule primordiali (staminali) per ottenere rimedi contro le tante, terribili malattie che ancora affliggono l’umanità. C’è chi afferma che gli embrioni, in virtù della loro potenzialità vitale, debbano essere considerati “persone” a tutti gli effetti e quindi inviolabili e c’è, invece, chi insinua che quei pochi millimetri di agglomerati di cellule, al pari d’un blocco di marmo non ancora fattosi “Mosé”, non possono definirsi un’opera compiuta e, pertanto, non essere sede di un’anima.
E qui, giù tutti a scapigliarsi per stabilire quale sia il momento in cui l’anima entrerebbe nel corpo umano. Ci si domanda: accadrà all’atto stesso del concepimento o piuttosto quando nel grembo materno un piccolo cuore scandirà il suo primo battito? Avverrà nel momento del parto o, molto più tardi, quando sarà l’evoluzione cerebrale del nuovo individuo a consentire all’anima di accendere la scintilla della coscienza? La Genesi ci racconta che Dio, dopo aver creato Adamo con la polvere (evidentemente in forma adulta), lo “animò” soffiandogli nelle narici l’alito della vita. Questo confermerebbe la tesi di chi afferma che l’anima, per assolvere le sue funzioni, necessiterebbe di un corpo sufficientemente sviluppato. Ma come conciliare che un’essenza, per generale condivisione ritenuta immortale e immateriale, come l’anima, necessiti, per estrinsecarsi, di un supporto corruttibile quale il corpo?
Appare evidente, a questo punto, la necessità di mettersi d’accordo su cosa s’intenda per “anima”. Perché, se si condivide il concetto dell’anima come “soffio” di Dio, in grado cioè di dare vita e quindi movimento ad ogni cosa creata, e concordando sull’indivisibilità dell’essenza divina, anche l’anima non può che identificarsi con Dio stesso. E poiché ogni cosa, dagli astri del cielo al più piccolo granello di sabbia, è dotata di movimento, il cui concetto non va delimitato alla sola sfera degli esseri considerati viventi ma inteso come evoluzione continua del proprio stato, non si può che convenire che Dio è in ogni cosa perché “anima” ogni cosa.
In che modo, dunque, si differenziano le creature dell’universo? Certamente nella loro diversa capacità di “partecipare” alla consapevolezza dell’esistenza dell’anima (di Dio); una capacità che appare indissolubilmente legata al diverso grado evolutivo delle varie specie.
In questa particolare fase evolutiva, l’Uomo, in virtù del suo stupefacente apparato cerebro-spinale, appare l’unico essere del creato in grado di avere accesso a questa partecipazione. Non sarebbe più dunque l’anima, entrando non si sa bene quando nel corpo, ad accendere la scintilla della coscienza ma, il corpo (umano) che, in un certo momento del suo sviluppo (cerebrale), diventa in grado di concepire intellettualmente se stesso (cogito ergo sum), il proprio stato e soprattutto le “astrazioni”, quel platonico mondo delle Idee, che altro non sono che le irradiazioni dell’anima universale (Dio).

Ma anche in questa capacità di “partecipazione” da parte dell’uomo ci sono delle gradualità perché varia da individuo ad individuo, secondo il diverso sviluppo cognitivo-cerebrale di ciascuno. La stessa “partecipazione” appare limitata e graduale perché, probabilmente a causa della non completa e differente evoluzione del mezzo ricettivo, la percezione dell’assolutezza delle irradiazioni divine resta confinata nell’incerta e fumosa sfera delle intuizioni e, quindi, dell’opinabile (Platone: mito della caverna).
Capisco che queste mie dissertazioni potrebbero portare a conclusioni, in ambito religioso e filosofico, assai discutibili e confesso che, se fossi vissuto al tempo dell’Inquisizione, mi sarei ben guardato dall’esternarle. Ammettendo, infatti, che il “soffio” divino pervade anche il maiale, come minimo dovremmo dire addio al prosciutto, o, al contrario, se pensassimo che il mondo è stato creato esclusivamente ad uso e consumo di chi è in grado di dire “penso, quindi esisto” potremmo ritenere legittimo disporre e utilizzare qualsiasi cosa o essere vivente privo di pensiero autonomo.
Questo mio modo di pensare porta inevitabilmente a riconsiderare l’idea di Dio così come le religioni monoteiste tendono a raffigurarcelo: un Dio né buono né giusto né misericordioso; piuttosto un Dio senza aggettivi e, tanto meno, a noi somigliante ma un Dio Legge cui nulla e nessuno possono esimersi dall’obbedire in quanto causa-effetto della stessa Creazione.
Parlare in questi termini a pochi giorni dal Natale può sembrare blasfemo e forse lo è perché in quell’apparato cerbro-spinale che ci consente d’essere “partecipi” delle astrazioni delle Idee, che ci fa intuire cosa sia il Bello, il Brutto, l’Uguale, il Diverso, il Giusto e l’Ingiusto, trova posto uno spazio riservato al bisogno di spiritualità. Ed è un bisogno insopprimibile che non può sbrigativamente essere addebitato alle consuetudini etico-religiose di ciascuno. La consapevolezza della nostra vulnerabilità e caducità ci porta inevitabilmente a considerare l’esistenza di un creatore cui non possiamo fare a meno di attribuire caratteristiche simili a quelle di chi ci ha partorito. Un Dio genitore, lui sì, misericordioso, amorevole ma anche severo, pronto a perdonarci ma anche a punirci. Un Dio umano al quale possiamo rivolgerci per supplicare, per essere perdonati ma, anche per ringraziare e per glorificare.
Così accade che nonostante tutto il mio bagaglio raziocinante, non posso esimermi dal dare il “buon giorno” all’edicola della Madonnina della Pace che incontro al mattino, quando esco di casa, e di risalutarla al mio rientro perché mi parrebbe una sconvenienza inaccettabile. Così accade di segnarmi ogni volta che passo dinanzi ad una chiesa e d’invocare il Signore nei momenti del bisogno e di ringraziarlo diverse volte al giorno per tutto quello che mi da. Così accade che l’idea e lo spirito del Natale riescono ancora a scaldare il mio vecchio cuore e a farmi sperare in un’umanità migliore. Capisco che tutto ciò faccia a pugni con un certo tipo di razionalità ma se non si nutrissero certi sentimenti… che vita sarebbe?

Maglie, 29 dicembre, 2007
Commenti:
01/04/2008
Raffaello:
Caro Enzo,
innanzitutto devo complimentarmi per il coraggio che hai nell'affrontare certi argomenti di grande interesse, ma altresì molto delicati e soprattutto per la capacità di sostenere con grande naturalezza delle posizioni che possono anche apparire impopolari; ma Tu non sei un uomo a caccia di popolarità e nemmeno io lo sono!
Per cui senza altri indugi passo a dire che ho ritrovato nelle Tue righe molte delle mie riflessioni. Se valutiamo l'evoluzione del concetto di religione e di Dio che procede sin dalla notte dei tempi (epoca in cui la divinità veniva quasi identificata con l'ignoto e nei cui confronti si nutriva un timore ancestrale), passando poi al momento pagano delle religioni politeiste (momento in cui le divinità cominciano a perdere l'aurea di mistero per passare ad essere considerate alla stregua di esseri dai sentimenti umani ma dai poteri sovrannaturali), per arrivare infine ai tempi nostri in cui si ritiene di conoscere quasi tutto sulla divinità, sulla sua natura umana e su quella divina, sulle leggi e sui dogmi, relegando l'ignoto all'enunciazione di pochi inspiegabili misteri, che scaturiscono più che altro dall'esigenza di colmare qualche incongruenza dottrinale, se valutiamo, dicevo, tutto ciò non può non apparire evidente che il concetto del divino si è evoluto con il pensiero e con l'evoluzione dell'uomo stesso. L'uomo primitivo aveva un'idea primitiva della divinità, quello moderno formula al riguardo dei pensieri più complessi ed articolati fino a giungere alla formulazione di una infinita litania di trattati, tomi e dibattiti.
A tal punto mi sembra naturale pensare che l'uomo, caratterizzato dall'esigenza di vincere la caducità della vita mortale, abbia dato vita ad una creatura sovrannaturale "di riferimento", vale a dire Dio, a propria immagine e somiglianza (o quanto meno ad immagine e somiglianza del momento evolutivo del proprio pensiero) piuttosto che il contrario.
I pensieri fin qui argomentati, a mio avviso, non conducono però alla negazione della divinità; un piatto ateismo non conduce altrimenti alla chiarire l'essenza dei meravigliosi misteri dell'universo e soprattutto del più importante di essi: il mistero della vita, ma spingono piuttosto a ritrovare nella natura, nell'universo e nelle leggi stupende che lo regolano un riferimento ad un Essere Superiore che supera l'immanenza della natura umana, che viene a sua volta inglobata in un concetto universale di armonia divina.
"Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani." Sosteneva Einstein e personalmente faccio molta fatica a non condividere tali concetti.
E' molto bella l'immagine di Te che saluti l'edicola. La religione cristiana ha avuto ed ha il grande pregio di forgiare le nostre coscienze e la nostra umanità, sentimenti che ci contraddistinguono e che noi abbiamo avuto il privilegio di suggere col latte materno.
Con rinnovata stima, Raffaello
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
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