
Non si era ancora spenta l’eco dei botti di capodanno con cui gli italiani davano l’addio ad un anno non certo esaltante, almeno dal punto di vista economico, intriso di sacrifici e rinunzie, e salutavano il neonato 2008, per riporre in lui, come ritualmente accade, la speranza di una vita migliore, che, con un fragore ancora maggiore, sono esplose le incongruenze più macroscopiche del nostro fragilissimo stato democratico. Il tumore apparentemente incurabile delle cosche di stampo mafioso, nello specifico camorrista, che attanaglia i gangli vitali delle istituzioni impedendone o condizionandone il corretto funzionamento ha prodotto il vergognoso spettacolo della spazzatura campana. La mancata visita del Papa alla “Sapienza” ha riacceso i toni della mai sopita lotta tra guelfi e ghibellini. L’ordinanza degli arresti domiciliari per la consorte dell’ineffabile Mastella ha riaperto infine il vulnus purulento che da quasi un ventennio avvelena i rapporti tra potere politico e potere giudiziario determinando, anche se pretestuosamente, la caduta del governo nazionale in carica.
Nel giro di tre settimane abbiamo dato al mondo l’immagine di un Paese allo sfascio, indegno di convivere in un contesto civile. Rivivendo le immagini dei vigili del fuoco di Napoli assaliti e aggrediti nello svolgimento delle loro funzioni, o di quelle pletoriche dispute televisive tra pseudo laicisti e pseudo clericali, o della commozione da coccodrillo di Mastella che abbandona il governo dopo essersi assicurato collegi sicuri col centrodestra, o dello spettacolo indegno di Palazzo Madama dopo la votazione di sfiducia tra insulti, sputi e bagni di spumante, o ancora dei festeggiamenti a “cannoli” di Cuffaro per aver ottenuto “solo” 5 anni di carcere, viene veramente da chiedersi se continuare a sperare in un’Italia migliore sia solo un’utopia.

Eppure, rinunciare alla speranza, che delle utopie ne è l’essenza, risulta assai difficile per chi ha a cuore le sorti delle generazioni a venire. Personalmente, mi rifiuto di credere che quanto descritto sia la raffigurazione reale del mio Paese, il Paese in cui sono nato, il Paese della mia insegnante elementare, la sig. Anna Costantini, vedova di guerra per aver perso il marito medico a El Alamein, che m’insegnò ad amare i personaggi del libro Cuore e che il giorno della liberazione di Trieste scoppiò in lacrime mentre tutti noi in piedi cantavamo l’inno di Mameli. Ma forse sto parlando di un’altra Italia, quella dei valori morali di cui ora pare non ci sia più traccia.
Il sessantotto, insieme ad obsolete concezioni moralistiche, ha scardinato concetti imprescindibili quali il rispetto dell’autorità e l’assunzione di responsabilità, innescando un processo morale anarcoide con cui oggi, tutti noi, dobbiamo fare i conti. La questione che si pone, infatti, è quella di come recuperare quel tipo di dignità morale che separa le persone per bene dai gaglioffi. Non ho, ovviamente, la ricetta per curare questo tipo di malessere, ma credo fortemente nel potere del buon esempio e nella capacità formativa dei buoni maestri. Ma, ahimé, buoni esempi e buoni maestri sembrano scomparsi dallo scenario della nostra società e dubito fortemente che una classe docente post-sessantottina sia in grado di convincere i nostri giovani che il senso vero della responsabilità consiste nella disponibilità a pagare il prezzo che ogni affermazione ed ogni azione comportano e ad affrontare le conseguenze di ogni presa di posizione e le rinunce implicite in ogni scelta.
Inutili, quindi, a mio parere, gli inani tentativi di riforme strutturali della scuola: l’unica, vera riforma, dovrebbe essere quella di ridare dignità alla classe docente attraverso un’accurata selezione e un’adeguata formazione, dopo averne accertato la sicura vocazione. Non si può affidare la formazione dei nostri giovani a persone che intendono l’insegnamento come un ripiego ad una professione che non sono riusciti a realizzare. Già a livello universitario il biennio di specializzazione dovrebbe essere riservato a chi intende il proprio futuro da docente. Una scuola quindi che propone non più insegnanti ma Maestri. Ovviamente non si può delegare unicamente alla scuola il compito formativo dei giovani, dimenticando l’importanza primaria della famiglia nel processo educativo. Si dovrebbe pertanto ricercare e sviluppare al massimo la collaborazione tra insegnanti e genitori coinvolgendo questi ultimi in una comune e condivisa responsabilità. Non sto disquisendo sui massimi sistemi: tutto ciò è fattibile e alla portata, basta volerlo.
Riguardo alla scarsità di buoni esempi e per tornare agli accadimenti di questi ultimi tempi, devo dire che il comportamento tenuto da Romano Prodi durante la crisi del suo governo ha rappresentato una vera eccezione. Infatti, nel recente bailamme di teatrini indecorosi, l’ormai ex capo del governo ha saputo dimostrare una dignità inusuale, quasi da statista d’altri tempi. Dopo aver verificato che il suo governo godeva ancora di un’ampia fiducia alla Camera, non ha tentato manovre diversive per impedire il confronto in Senato dove sapeva che i numeri non erano dalla sua parte. Accertato, infatti, che i voti dei sicari erano venuti meno, ma inchiodandoli, in questo modo, alle loro responsabilità, ha deposto il suo mandato nelle mani di Napolitano, tornando nella sua Bologna a godersi i nipotini, senza alcun tipo di vittimismo e senza spargere veleni.
Uno strano destino, c’è da dire, quello del professore. Chiamato ad intervenire nella missione impossibile, visti i nostri conti di allora, di far entrare l’Italia in Eurolandia, ci riuscì con un’operazione di risanamento economico che sbalordì tutti i partners europei che non avrebbero scommesso un cent, sulla possibilità di successo. Certo, chiese agli italiani dei sacrifici e tutti i lavoratori contribuirono con una specie di prestito, un’”una tantum” che, anche se molti fanno finta di non ricordare, autentica rarità nella storia dei nostri governi, ci venne regolarmente restituita in busta paga. Purtroppo non poté gestire il cammino dell’Euro in Italia perché la fama d’affamatore del popolo con cui i media lo andavano dipingendo e alcune inopportune scelte politiche gli fecero perdere le elezioni. Il suo successore, come accade sovente a chi eredita dei beni alla formazione dei quali non ha avuto alcun merito, ha dilapidato, di fatto, il patrimonio perché il mancato controllo dei prezzi in una fase così delicata come il cambio di una moneta ha consentito che l’Italia subisse da un giorno all’altro un’inflazione del 100%.

Ma è storia ormai vecchia. Oggi, come ieri, accade che il professore dopo una finanziaria durissima mirata sempre a ristabilire la parità nei nostri conti, allegramente gestiti da chi l’aveva preceduto, mentre si apprestava ad una redistribuzione, verso le fasce più deboli della popolazione, di una parte della ricchezza nazionale, ecco che viene nuovamente pugnalato alle spalle. Sembra che Prodi soffra della sindrome di Cesare: che il suo Bruto si chiami Bertinotti o Mastella o Dini, non cambia la sostanza, sono pugnalate “amiche”. A questo punto, sento di consigliare al nostro ex primo ministro di restarsene nella sua città e di fare il nonno come ha detto. L’Italia di oggi non considera e non apprezza la serietà e l’impegno: si vuole tutto e subito.
Siamo indebitati fino al collo? Non importa, abbassiamo le tasse. Non ci sono taxi sufficienti? E allora prendiamo i mezzi pubblici. Notai, farmacisti, avvocati, giornalisti, professori universitari e via discorrendo sono delle vere e proprie corporazioni? Ma a chi vuoi che interessi, è sempre stato così no? La legge elettorale fa schifo? Il Senato è un organismo pletorico? La Costituzione andrebbe modificata e aggiornata? E perché dovremmo fare tutti questi cambiamenti visto che i sondaggi dicono che, in caso di elezioni anticipate, il centrodestra stravincerà? Dopo l’ennesimo, inane tentativo di “spallata” al governo, dopo la nascita del PD cui, monarchicamente, il Berlusca ha risposto col suo PdL, la Casa delle Libertà sembrava neve al sole. Risuonano ancora nell’aria le parole roventi di Fini nei confronti di Berlusconi, le prese di posizione di Casini e di Bossi: basta, è finita! E giù tutti in fila indiana, col cappello in mano da Veltroni a parlare di riforme e di alleanze. E ora? Ora che il Prodi-Cesare è stato pugnalato dai “suoi”, eccoli riprendere fiato e zampogne e ritrovare quella unità d’intenti che solo il cemento del potere rende tale. Berlusconi è sicuro: i suoi sondaggi parlano chiaro: il popolo è con lui. Già, ma quale popolo? Certamente quel popolo dalla memoria corta, quello abituato a seguire pedissequamente le vicende del suo affabulatore, pronto ad inebriarsi sulle note del suo flauto magico, generosamente diffuse dai suoi potenti mezzi di amplificazione.
Quando si parla dell’attenzione esagerata e condizionante che Berlusconi accorda ai suoi sondaggi mi viene in mente un brano dell’Assioco, uno dei dialoghi di Platone che recita così:
Socrate “E chi può essere mai contento vivendo alla balia della plebe? Ella fa di te suo gioco: oggi, schioccate di mani, feste, carezze; dimani rigettato, fischiato, multato, ammazzato; poi pianto. Dì, o Assioco, tu che sei dentro nelle cose del reggimento, dov’è morto Milziade? Dove Temistocle? Dove Efialte?”
Assioco “Il popolo, Socrate mio caro, è ingrato, è volubile, è crudele, è maligno, è sciocco; egli è tutto un’accozzaglia di plebe; garrulo, violento; e chi a lui s’accosta, molto è miserabile più di lui”
Meditiamo.
Maglie, 4 febbraio, 2008
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
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