
E’ iniziato il conto alla rovescia: il 13 e il 14 di aprile, gli italiani torneranno a votare, per la seconda volta, non i propri rappresentanti in parlamento, ma coloro che sono stati designati a quel compito dai vari partiti. Davvero una strana democrazia la nostra! La Costituzione sancisce che il Popolo è sovrano: peccato però che la sua sovranità sia così limitata e addirittura assoggettata dalla dittatura semi-soft dell’autentica casta che siede nelle segreterie nazionali dei partiti. Ma forse, chissà, è proprio il tipo di democrazia che ci meritiamo.
L’altra sera, in un’Aula Magna semideserta del Capece, ho assistito ad una lezione, la si può chiamare proprio così, del prof. Arrigo Colombo, a sostegno del Movimento per la Società di Giustizia e per la Speranza. Argomentazioni interessantissime che inserivano il faticoso cammino dell’uomo verso il suo riscatto sociale ed individuale nel progetto utopico per la costruzione di una Società più libera e giusta, partendo dagli imperi egizio ed assiro fino ai giorni nostri. In particolare mi ha colpito il distinguo che veniva fatto tra il concetto di rivolta popolare, generalmente delimitato al superamento di un singolo sopruso, e quello di rivoluzione inteso come sconvolgimento e ribaltamento dell’ordine socio-politico. Gran merito quindi alle rivoluzioni, inglese, americana, francese, russa e via discorrendo, che hanno spianato la strada alle grandi democrazie e al sancirsi delle carte dei popoli: il Patto del popolo inglese del 1647, la Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776, le Costituzioni democratiche dei popoli, via via fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.
Ed è stato durante questo argomentare che ho fatto una certa riflessione. Inglesi, Americani Francesi, Tedeschi, ovvero tutte le maggiori democrazie occidentali, la democrazia se la sono guadagnata con la lotta e col sangue: l’emancipazione civile è stata perseguita e ottenuta attraverso la ribellione del popolo con la rivoluzione. L’Italia, da sempre, è stata il paese che ha prodotto, al massimo, delle rivolte, mai delle rivoluzioni. Anche oggi assistiamo alla rivolta contro la TAV in Val di Susa, contro il rigassificatore a Brindisi, contro la riapertura delle discariche in Campania: sono forme di dissenso locale che pur nelle loro intrinseche legittimità esprimono un preoccupante menefreghismo nei confronti degli interessi più generali del Paese.

Noi non possediamo una cultura democratica unitaria semplicemente perché non l’abbiamo mai perseguita né ricercata. La composizione dell’Italia in Stato unitario fu voluta, più che dalle reali aspirazioni della popolazione, dalle mire espansionistiche di un re sabaudo, da un’elite d’intellettuali e sognatori e da un’esigenza di mercato allargato. L’attuale Stato repubblicano ci fu quasi imposto dalle potenze vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale, dopo un contestatissimo referendum che dimostrava come, anche in condizioni così disastrose, milioni d’italiani, circa la metà dell’elettorato, non disdegnassero l’idea di continuare ad essere sudditi piuttosto che cittadini repubblicani. E’ qui, in questa nostra particolare storia, che vanno ricercate le cause dei mali della nostra democrazia. Il non sapersi indignare e reagire dinanzi agli abusi, alla corruzione, al clientelismo, alle varie forme di conflitti d’interesse dimostrano l’assuefazione al subordine del popolo italiano nei confronti del potere: lungi dal sentirlo nelle proprie mani, gli italiani lo hanno vissuto, da sempre, come un’entità distante ed oppressiva.

Un potere che è però possibile avvicinare, attraverso l’intermediazione di cortigiani e faccendieri, per ottenere prebende e benefici, in ultima analisi, per continuare a praticare l’arte di arrangiarsi, in cui siamo maestri. Il popolo italiano non avendo mai lottato per il sovvertimento sociale, attraverso appunto una rivoluzione di massa, non possiede i mezzi culturali ed ideologici per divenire il custode e il garante di una sovranità che sente propria solo in senso nominale. Unicamente in quest’ottica si possono giustificare comportamenti così differenti tra quanto accade da noi e il resto del mondo democratico: è bastato scoprire una relazione extraconiugale per provocare le dimissioni di Eliot Spitzer, governatore dello stato di New York, mentre in Campania una marea nauseabonda di spazzatura non è riuscita a spostare di un solo millimetro Bassolino dalla sua poltrona.
Lo stesso fenomeno del berlusconismo, che ha ottime probabilità di farci rivivere un secondo ventennio, trova alimento e forza in un sentimento di gran parte della popolazione, ancestrale e inconfessato, ma non per questo democratico, nei riguardi dell’uomo di successo, dell’uomo forte, del capo, del duce, a cui tutto si perdona, in cambio di un rassicurante messaggio demagogico e populista. Lunga e faticosa è ancora la strada per la conquista della democrazia, quella vera, in Italia e sempre più utopico rimane per noi il progetto di una Società più libera e giusta. Ma non demordiamo: ci resta sempre la Speranza.
Maglie, 13 marzo, 2008
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
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Commenti
17/03/2008
Giamcarlo
Carissimo Enzo,
ho letto con molto interesse il tuo bellissimo ed appassionato articolo su www.vivimaglie.it in cui fai riferimento all'incontro con il Prof. Arrigo Colombo.
Io ho spesso indicato come data della nascita di uno stato italiano quella del 25 aprile 1945. Fu la grande voglia di libertà dall'oppressione e dai regimi nazi-fascisti che spinse milioni di italiani a ribellarsi allo stato di cose in cui vivevano e, sinceramente, ricordo solo quella come rivolta di massa contro il potere in Italia. Dalla lotta di liberazione nacque la Repubblica Italiana e quindi, lasciamelo dire, il vero Stato Italiano voluto dagli italiani con il successivo referendum. Ci fu una scelta popolare, anche se l'opzione repubblicana vide una semplice vittoria di misura, e non un'annessione come si era visto nel secolo precedente.
Il rischio del ritorno ad un periodo senza democrazia ci deve spingere all'impegno civico. Mussolini non annunciò con i trombettieri la sua calata ma fu la debolezza civile della società di quegli anni che portò al ventennio. Il berlusconismo non nasce con il cavaliere ma è frutto di una delusione e di un menefreghismo sempre crescente che trova, guarda un po' che coicidenza, nell'espressione dell'uomo ricco, affermato, di successo - in due parole nell'uomo forte - la sua rappresentanza senza peraltro chiedere come una persona quale Silvio Berlusconi sia potuto arrivare a tutto questo.
Mi permetto di inviare questa mia brevissima riflessione con l'invito a leggere il tuo articolo non solo a te e al prof. Colombo ma ad una lista più ampia di contatti.
Ti abbraccio
17/03/2008
Antonella
Caro Enzo, sono sostanzialmente d'accordo con te, ma aggiungo qualche considerazione. In primo luogo, a proposito delle rivoluzioni, io farei un distinguo tra Italia settentrionale e Italia meridionale poiché tutto si può dire, credo, ma non che i "nordici" non abbiano condotto (e la storia anche non troppo recente ce lo insegna), le loro lotte anche cruente a volte, per affermare un principio di libertà o una forma di indipendenza o semplicemente per l'affermazione della propria identità culturale e/o territoriale: cosa che non mi risulta, da Roma in giù o (siamo buoni), diciamo da Napoli in giù, sia mai stata una pratica diffusa.
E' vero quello che dici a proposito della democrazia non cercata, tanto vero che a volte la "sudditanza" appare quasi fisiologica nello stile di vita! Non dimentichiamo che Lecce nel referendum del '46 fu l'unica città o una delle poche del meridione, non ricordo bene, in cui prevalsero i no! Quanto al Berlusconismo io, sinceramente, facendo parte della generazione che ricorda come e perché è nato Berlusconi, chi lo ha sostenuto e con quali argomenti ha contribuito al suo successo, non sarei portata a preoccuparmene molto, anche perché, ultimamente, a ben leggere tra le righe quello che dice o quello che arriva di quello che dice, a me sinceramente sembra che faccia di tutto per tirare acqua al mulino di Veltroni: guarda un pò!!
In conclusione, caro Enzo "sic stantibus rebus", io credo che questo sia il momento meno adatto, tutto sommato per tirare fuori nostalgici spunti rivoluzionari perché ormai credo chepiù che la democrazia, sia la società gravemente malata e quando nascesse una rivoluzione in una società in cui non temi chi è distante da te, ma il tuo vicino di casa, allora tutto potrebbe essere, tranne che una rivoluzione!
Ciao Antonella
18/03/2008
Antonio
Caro mon capitaìn,
Ho appena letto il tuo interessante articolo. Devo dire che condivido pienamente la tua analisi che, secondo me, dà un'immagine direi fotografica dell'italianità.
Pochi giorni fa, viaggiando in treno, si discuteva proprio di questa "tolleranza" che caratterizza mediamente il nostro popolo. Anzi, forse, popolo è già una parola troppo grossa in quanto presuppone un concetto fondamentale di unitarietà che spesso rimane molto difficile da ravvisare nei diffusi atteggiamenti clientelari finalizzati al piccolo orticello personale.
Stiamo messi veramente male, caro Enzo. E mi chiedo che cosa possiamo fare, anche perchè il non fare nulla mi sa tanto di "chi tace acconsente".
E queste elezioni, pur cercando di esser scevro da ogni tipo di condizionamento ideologico e pensando soltanto a cosa fare e chi votare in nome del bene del Paese, le vedo avvicinarsi come un ulteriore momento di supplizio, con una valenza molto più simile alla famosa "roulette russa" nel film "il cacciatore" con De Niro, piuttosto che a momento di sana democrazia.
Quello che più mi scoccia è stare qui tu, io e qualche altro a piangerci addosso, pur dicendo cose estremamente condivisibili. Vorrei veramente poter fare qualcosa pensando di fare la cosa giusta!!!
Ti ringrazio per gli spunti di riflessione e, se hai qualche idea in merito, mi raccomando, fatti risentire.
Un abbraccio, Antonio
18/03/2008
Raffaello
Mi sembra molto interessante la riflessione che uno dei motivi della scarsa "compattezza" nazionale sia proprio il non aver sofferto insieme la nascita di una nazione, ma di averla quasi subìta, tanto distanti erano gli interessi dell'imprenditore lombardo da quelli del bracciante siciliano o del pastore sardo. Il Paese così non è mai riuscito a fondere le straordinarie potenzialità e diversità di cui dispone. Questo però non è purtroppo l'unico motivo! Si potrebbero elencare:
- il retaggio di un frammentazione delle popolazioni italiche in una moltitudine di staterelli con una visione regionale della cosa politica;
- le differenti etnie che la compongono;
- la diversa sfera di appartenenza (mitteleuropea a nord, papalina al centro e mediterranea al sud);
- l'accentuato clientelismo, maggiormente sviluppato ,ahinoi, in alcune zone d'Italia (Mastella docet);
- la scarsa presenza inoltre delle Istituzioni (che peraltro ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali).
Lungi dall'aver esaurito la casistica, ritengo che siano tutte concause che hanno tenuto distante nella popolazione il senso di appartenenza ad uno stato centrale.
Per il nostro futuro ci resta, è vero, la speranza, ma forse anche qualcosa di più! Sotto certi aspetti la nostra in fondo è una democrazia molto giovane. Ricordiamoci che solo fino ad una quindicina di anni fa in Italia dominava e comandava un solo partito (si parlava di "dittatura" democristiana, che con alleanze più o meno ardite teneva ben saldo in mano il potere). Ora si profilano decisamente all'orizzonte soltanto due saldi schieramenti politici contrapposti che dividono circa al 50 per cento gli italiani (come accade più o meno in tutte le più grandi democrazie) e per il futuro la tendenza è quella di bocciare o rieleggere il governo che meglio avrà gestito la cosa pubblica senza bizantinismi e sotterfugi. Ci dovranno essere correzioni di rotta, miglioramenti progressivi in corso d'opera, ma tutto sommato la direzione è quella giusta, credo. Sono troppo ottimista?
Per quanto riguarda il temuto prossimo venturo "ventennio" berlusconiano credo che questo sia uno slogan pubblicitario più che un pericolo reale.
20/03/2008
Michele
Caro Enzo,
ho letto, in verità molte volte,le tue riflessioni sulla Democrazia in Italia ed, ovviamente, anche i successivi commenti di alcuni lettori di “ViviMaglie”.Sono (non piu’ giovane, ma sempre un minorenne anziano , come diceva il principe De Curtis) un tecnico per passione, cultura e per ex motivi di lavoro e quindi ne capisco molto poco di politica e pertanto il mio pensiero in materia, non puo’ essere ritenuto un vero contributo, come quelli già dati con gli esposti.inviati.Ma proprio perché non vengo da studi classici/umanistici ed essendomi trovato per diversi anni a dover gestire anche risorse umane (oltre che tecniche), senza avere nessuna preparazione scolastica in materia, ho dovuto darmi da fare (in solitudine), leggendo tutto quello che ritenevo potesse essermi utile e di aiuto.Ma l’aiuto maggiore , l’ho avuto riferendomi spesso alla mia esperienza ed alla filosofia di vita di semplice cittadino.
Tanto premesso,non sono d’accordo su tutte le riflessioni fatte ed particolare sul periodo di governo DC in tutta Italia e specialmente al Sud (direi dal Garigliano in giu’, come lo definisce lo scrittore De Crescenzo,confine tra modi diversi di pensare, di vivere e comportamentali) nell’ultimo periodo postbellico..
Quella democrazia ci ha consentito comunque di vivere oggi decorosamente, certamente con tanti ed innumerevoli problemi odierni, ma anni luce lontani da quei periodi di grande sofferenza ed, indipendentemente dal pensiero politico, va quindi fortemente riconosciuta e rispettata.
Il popolo italiano ha avuto la forza di rialzarsi,di fare enormi sacrifici ,ma ha ricostruito la nostra Nazione.Il popolo italiano è ampiamente rappresentato da cittadini eccezionali, siano essi lavoratori o non, e soprattutto dalle donne.
Certamente sono stati fatti grandi errori e mal comportamenti nel recente passato da taluni politici e non, ma non si puo’ e non si deve disconoscere tutto.
Non credo siano obbligatorie le rivoluzioni per cambiare il modo di governare o per essere riconosciuti come “popoli”(spesso cultura di altre manifestazioni politiche), anzi penso che debba essere proprio il contrario oggi.Siamo persone pensanti ed in grado di esporre i propri pensieri, le proprie volontà, ed insieme dobbiamo trovare il modo di farle recepire per migliorare il governo della nostra Italia.
A capo dello Stato che agisce (e quindi intendo dire non di rappresentanza,pur necessaria) ci vogliono onesti,capaci ed intraprendenti giovani/e di 30-40 anni di età, fuori dagli schemi politici e forse qualcosa cambierà.
Tra poco andremo alle urne e per quanto mi riguarda, senza convinzione ed ancora una volta,mio caro Enzo, tra le dolci (fino quando?) braccia della “Speranza”.
Saluti Michele