
E’ vero, il “Salotto Buono” puzza di muffa, come dice il mio pungolante editore! Così, dopo le calure (e le pigrizie) estive, riapro persiane e finestre e faccio scambiare l’aria stantia con quella più fresca di quest’autunno appena iniziato. Una sprimacciata ai cuscini e voilà sono pronto ad affrontare un argomento che, certamente, susciterà l’interesse e la partecipazione dei miei abituali (e pazienti) ospiti salottieri. Lo spunto l’ho preso da un recente titolo apparso su Vivi Maglie, ovvero “13 Ottobre 2008, Giornata Europea per la Sicurezza Stradale”. Scriverò, quindi, di incidenti stradali e delle possibilità, se esistono, di poterli in qualche modo ridurre di numero e di gravità.
Viaggiare, lo sappiamo, è per l’uomo un’esigenza connaturata. Nei tempi andati si viaggiava dapprincipio per spirito d’avventura e per il fascino dell’ignoto, poi per guerreggiare e commerciare. Solo in seguito, molto in seguito, lo si fece anche per diporto. I viaggi d’un tempo, come Ulisse ebbe a testimoniare, erano molto difficoltosi ed irti di pericoli, tanto che chi partiva per un lungo viaggio veniva salutato e pianto quasi come un defunto. Ciò nonostante occorreva viaggiare perché dai viaggi si tornava più ricchi non solo di mercanzie ma soprattutto di nuove conoscenze. E possederne sempre di nuove significava, allora come adesso, progresso ed emancipazione.
Dai tempi di Ulisse molte cose sono cambiate. Nei mari, navi praticamente inaffondabili seguono rotte collaudate e sicure; nei cieli enormi jet sono in grado di circumnavigare il globo terrestre in poche ore, mentre sulla terraferma ferrovie, strade ed autostrade collegano ogni angolo delle terre cosiddette emerse. La mobilità, nella pienezza del suo significato, è una meta ormai acquisita e, per l’uomo moderno, una necessità quotidiana.

Ciò che in questo quadro sbalordisce è il tributo spropositato che questa mobilità richiede. Un tributo di sangue, pagato in vite umane, che non può essere accettato supinamente come se fosse l’ineluttabile sacrificio offerto sull’altare del Dio Progresso. Se per navi, aerei e treni il numero degli incidenti può, in qualche maniera rientrare in una casistica quasi fisiologica, che vede suddivise le responsabilità tra eventi naturali straordinari, difetti meccanici ed errori umani, nel caso della mobilità stradale, la valenza del fattore umano come causa degli incidenti è praticamente totale.
Le cifre parlano chiaro: ogni anno, in Italia, settemila persone (per intenderci, un paese come Scorrano) perdono la vita a causa degli incidenti stradali; trecentomila sono i feriti (diciamo suppergiù una città come Bari) e ventimila (Casarano) resteranno disabili per tutta la vita. A parte le considerazioni umane, i costi sociali che queste cifre comportano sono pesantissimi. Così, di primo acchito, da una neanche troppo approfondita analisi di questi dati, emerge che chi guida i mezzi su strada non ha la stessa preparazione professionale di chi è al comando di una nave, un aereo o un treno. Qualcuno obietterà che sarà pure giusto così: non si possono mettere sullo stesso piano chi ha la responsabilità della sicurezza di centinaia o migliaia di persone (e di costosissimi mezzi) e chi invece limita la sua responsabilità a se stesso, ai pochi passeggeri della vettura di cui è alla guida e, al massimo, a coloro con cui potrebbe andare a scontrarsi sulla strada. Obiezione assai opinabile, dal mio punto di vista, che rischia di aprire discussioni filosofiche sul valore assoluto della vita umana (a prescindere dal numero delle vite stesse) che non ho alcuna intenzione di trattare in questa sede.
Rimane il fatto che le patenti di guida vengono rilasciate a giovani diciottenni con eccessiva facilità dopo pochissime ore di guida assistita, normalmente effettuata nel traffico cittadino e, generalmente, nelle ore diurne. A parte la pseudo visita medica di prammatica per vista e udito, nessun vero test attitudinale viene praticato perché non richiesto. Come dire che per guidare un mezzo a motore l’importante è vederci e sentirci bene, poi, ciò che ci passa per il cervello non è significativo. Mi chiedo: se per accedere agli studi universitari occorre che un diciottenne dimostri la propria “maturità” culturale, non sarebbe, di grazia e a maggior ragione, auspicabile l’istituzione di un serio esame psico-attitudinale che certifichi il grado di “maturità” di un aspirante automobilista?
Ho un esempio freschissimo in casa: un nipote, Francesco, di diciotto anni, compiuti il 3 di agosto. E’ già in possesso di patente, dopo una visita medica assai formale e sei, dico sei, lezioni di guida assistita (tre ore effettive). Facciamo adesso una piccola comparazione. Se il mio stesso nipote volesse prendersi il brevetto di pilota privato di velivolo (intendiamoci uno di quei velivoli leggeri tipo Cessna 152 senza passeggeri) dovrebbe fare un corso di (min.) sei mesi comprensivo di 150 ore di teoria e un minimo di 45 ore di volo delle quali almeno 25 a doppio comando (con istruttore). Tra l’altro il corso prevede dei passaggi intermedi, quali il rilascio dell’Attestato di Allievo Pilota, dopo un minimo di 12 ore di volo a doppio comando e il primo volo “solo a bordo”, il superamento di un preesame interno di apprendimento teorico e di un successivo preesame di idoneità al volo, prima dell’ammissione all’esame ministeriale dinanzi ad una commissione, appunto, ministeriale.

Continuo ad interrogarmi: a cosa è dovuta questa disparità di normativa? Cosa ha indotto il legislatore a pensare che il guidatore (solitario) d’un aeroplanino debba dare maggiori garanzie di preparazione d’un guidatore d’automobile? Se fossi un malpensante (ma non lo sono) direi che lo sviluppo del mercato dell’auto potrebbe passare anche attraverso certe colpevoli leggerezze, ma poiché non lo sono… Ecco, poiché non sono un malpensante, chiedo espressamente al legislatore (ad es. il ministro Matteoli) di non pensare alle scatole nere da inserire nelle automobili come se fossero aerei (a cosa dovrebbero servire poi?) ma, piuttosto, ad equiparare la normativa per il rilascio delle patenti di guida su strada a quella vigente per l’ottenimento del brevetto di pilota. Solo così potremo raggiungere il fondamentale obiettivo di avere al volante delle auto persone competenti, consapevoli e, soprattutto idonee. Avrei anche una proposta da fare alle nostre Scuole di Guida. Poiché l’epoca che viviamo è sempre più impregnata di “virtuale” (Play Station ecc. ecc.), credo che potrebbero risparmiare moltissimo nell’acquisto delle loro autoscuole a doppi comandi investendo più opportunamente in simulatori. Ogni allievo in tal modo potrebbe dotarsi d’uno statino di ore di guida “virtuale”, effettuate nelle più disparate condizioni (percorsi extraurbani, autostradali, in diurna, in notturna ed in situazioni climatiche avverse). Fantascienza?
Stabilito che il male, quando viene riconosciuto, va trattato ed estirpato alla radice (maggiore severità e selezione nel rilascio delle patenti), affrontiamo ora il problema degenerativo. Poniamo infatti il caso che mi sia preso la patente con tutti i crismi possibili ed immaginabili, superando tutte le prove richieste ma che nell’arco del tempo sia diventato un tossico-dipendente, un alcolista o uno squilibrato; continuerò a guidare fino a quando non avrò provocato dei disastri o non sarò fermato dai test di una pattuglia? Le innumerevoli storie delle vittime innocenti di questi scriteriati che si mettono alla guida riempiono le cronache quotidiane di giornali e TV. E allora le domande tornano a farsi insistenti e malevole. Com’è possibile che persone del genere continuino ad essere in possesso di una patente di guida?
Perché non si mettono in condizione le AUSL, nel momento in cui dovessero accertare, attraverso i SERT o gli Ambulatori d’Igiene Mentale o in qualsiasi altro modo, che un individuo non possiede più, anche solo temporaneamente, i requisiti di idoneità psico-fisica alla guida, di attivare, con segnalazione d’ufficio, le autorità competenti per il ritiro preventivo della patente? Le AUSL non dovrebbero, infatti, limitarsi a segnalare solo i casi appartenenti alle tre categorie menzionate perché ci sono persone che guidano con un piede o una mano ingessati, con una benda su un occhio o soffrono di ipertensione grave o hanno il diabete alle stelle. E che dire di coloro che si mettono alla guida in stati d’animo non consoni, magari in preda all’ira o alla disperazione? Nessuna AUSL potrebbe intervenire ma l’elettronica sì.

Ho letto recentemente una notizia sorprendente: per gli utenti della sua popolarissima Gmail, Google sta testando un apposito servizio contro i rimpianti del mattino dopo. Si chiama "Mail Goggles" e per ora è solo in fase sperimentale. Si attiva nelle ore piccole del weekend e, prima di permettere l'invio di un messaggio e-mail, controlla che chi scrive sia in possesso delle sue facoltà logiche e mentali. Come? Sottoponendogli un semplice problemino matematico. Se in un tempo ragionevole si riesce a calcolare quanto fa 11 per 2 o 48 meno 38, Gmail deduce che l'utente è sobrio e quindi in grado di reggere tutte le conseguenze delle sue azioni e missive telematiche. Se, al contrario, non riesce neppure a fare cinque per due, il filtro entra in azione. Al mattino dopo l'utente potrà ringraziare papà Google per aver stoppato il messaggio prima del fatidico invio. Perché non inserire un dispositivo del genere nel circuito d’avviamento delle nostre automobili? Fantascienza anche questa? Parliamone.
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante@tele2.it
Commenti
28/10/2008
Raffaello
Caro Enzo, stimolante l'idea di realizzare un marchingegno che riesca a valutare le condizioni di idoneità di un automobilista ancor prima che questi sia riuscito ad ingranare la marcia. Ad una prima frettolosa valutazione potrebbe apparire una soluzione stravagante, ma se consideriamo che una cinquantina d'anni fa gli airbag, per esempio, erano poco più di una semplice idea, ecco che una realizzazione del genere non dovrebbe apparire poi così fantasiosa. Certo, sarebbe necessario investire ingenti somme di denaro ed effettuare lunghi ed approfonditi studi, ma la posta in gioco, la vita umana, è così elevata che ne varrebbe la pena anche se si riuscisse a salvare una "sola" persona.
Corsi di preparazione alla guida più approfonditi ed esami più rigidi sono sicuramente elementi che, ove attuati, contribuirebbero a diminuire considerevolmente il tributo di sangue che ogni giorno il popolo italiano paga al progresso sempre più incalzante. A riguardo, peraltro, mi piacerebbe vedere nei corsi di formazione inserite lezioni che possano innescare un cambiamento nella cultura di molti automobilisti e nel loro atteggiamento al volante; mi piacerebbe cioè vedere minore aggressività, meno competizione sulle strade, in poche parole vorrei vedere maggiore maturità e responsabilità alla guida.
Ma forse è proprio questa la vera fantascienza.
Non sarebbe male che l’educazione stradale divenisse materia d’insegnamento sin dalle scuole elementari. Ma per far ciò occorrerebbe veramente un salto culturale da parte di chi ha il potere di operare in tal senso. Per quanto riguarda il marchingegno non vedo ostacoli tecnici di sorta. Basterebbe veramente solo volerlo fare.
E.L.
28/10/2008
Vincenzo
Caro Enzo ho letto con piacere il tuo scritto sulla sicurezza stradale.- Sono d'accordo su una maggiore rigidità nelle concessione delle patenti e sopratutto nel ritiro a soggetti che sono stati beccati come tossicodipendenti o come tali conosciuti.- Aggiungerei anche gli spacciatori come responsabili se non direttamente indirettamente.- Ma come ben sappiamo non bastano solo uno o due interventi ma una serie di essi tra loro coordinati.- Io sarei dell'idea di chiudere le discoteche a mezzanotte o di far raggiungere le discoteche che rimangono aperte sino a notte fonda solo attraverso i mezzi pubblici.-
Ed ancora divieto di far guidare moto ed autoveicoli da una certa cilindrata in poi ai neo patentati.- Tutte le proposte dovrebbero avere comunque una base di partenza: l'analisi della percentuale delle cause degli incidenti stradali.- Saluti.-
5/11/2008
Michele
Ciao Enzo,
è da diversi giorni che,soprattutto per educazione, volevo scriverti in merito alla email che mi hai inviato e relativa al drammatico problema degli incidenti stradali.Ma, prima di risponderti, ho chiesto a me stesso, cosa ne pensassi.Sembrava tuttto semplice e chiaro, ma poi , opinione dietro l'altra, mi sono arenato e spaventato e mi sono fermato a rifletterci su'.Non so cosa concretamente proporre. Credo che ci voglia,innanzitutto, tanto buon senso ( nella sua generalità ed interezza-vedi rispetto, preparazione, ecc.), come in tutte le cose di questa nostra esistenza,tanta buona educazione ricevuta dalla famiglia e dalla società sana (che pure esiste) ed anche un po' di fortuna.Mi fermo qui, altrimenti ricomincio ad "arrotolarmi" !
Stavo poi pensando ad un'altra cosa. Alcuni giorni orsono,c'è stato un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, sulla pagina dedicata a Maglie, nel quale si facevano i conti sulla relativa popolazione, in particolar modo mettendo in evidenza , l'elevata percentuale vivente degli over 65....
Mi son detto:vuoi vedere che sono di troppo anche qui!?
E a Maglie,cosa si fa per gli anziani,oltre a giocare a carte in quel locale vicino al mercato coperto? la Terza Età o i nonni vigili?? Come si passano le esperienze degli ex lavoratori o semplici ex giovani ai ragazzi di oggi? Ah, dimenticavo, c'è Halloween!!! Ti saluto amico mio, me ne torno nella mia campagna a raccogliere le olive....
Caro Michele, ti ringrazio per il tuo gradito contributo che evidenzia due questioni ben distinte. La prima è che, dinanzi al devastante fenomeno degli incidenti stradali, messi in prima persona nella ricerca d’una soluzione attuabile, ci si sente pervadere quasi dall’impotenza. Ti confesso che è lo stesso sentimento che ho provato inizialmente anch’io ma la necessità e l’urgenza di calmierare cifre così disastrose deve indurci non solo a non arrenderci ma a ricercare ogni strumento che ritorni utile, se non alla soluzione, quanto meno, alla riduzione della gravità del problema. La seconda questione riguarda il tema dell’autentico spreco del patrimonio di esperienze degli ultrasessantacinquenni. Che ne diresti di fondare un’associazione “over 60” del tipo “I nonni raccontano” che si prefiggesse d'incontrare bambini e ragazzi in uno o due pomeriggi della settimana su temi collegati all’attività lavorativa dei soci e non solo? Magari si potrebbe parlare anche di educazione stradale, no?
E.L.