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Home->Il Salotto buono->Una vecchia poesia (19-12-2008)

Una vecchia poesia
19 dicembre 2008

(di Enzo Lattante)






Pochi giorni a Natale e una manciata in più per Capodanno. Non si sa bene come avvenga ma lo spirito di questa festa s’insinua nell’anima quasi di soppiatto e ingigantisce dentro di noi giorno dopo giorno. E ci sentiamo pervadere da una strana, dolce e crescente euforia perché le cose che ci sono da fare sono tante e il tempo stringe. La scelta amletica d’ogni anno: l’albero o il presepe? E perché non farli entrambi? Oddio e i regali? Cosa regalare e a chi fare il regalo? Come organizzare le vigilie? Quali dolci preparare? Con chi condivideremo i pranzi di Natale e Capodanno?

Immancabilmente, ogni anno, si rinnovano gli stessi interrogativi e le medesime aspettative. E’ la magia del Natale! La stessa che fa riemergere i ricordi, specie quelli legati all’infanzia, il periodo più magico dell’esistenza. E ci vuole un attimo per ritrovarci piccoli e incantati dinanzi a quel presepe di legno, sughero e muschio di cui ricordiamo perfino l’odore, tra quei pastorelli prostrati dinanzi alla grotta sovrastata da un angelo che, accanto ad una gialla e scintillante stella cometa, dispiega nel grembo un rotolo su cui, in un mix di latino ed italiano, si legge: “Gloria in excelsis Deo e Pace in Terra agli uomini di buona volontà”.

Son passati più di cinquant’anni eppure sento che potrei descrivere quel presepe meglio di quello che ho appena finito di fare. Come dimenticare quel ramo di pino elevato al rango di albero di Natale ma subito tramutato in uno strano agrume dalle cui estremità si mostravano penduli frutti quali arance, limoni e mandarini, qualche torrone e alcuni Babbi Natale di cioccolato? Era un ramo non a punta come i moderni alberi di Natale ma che si apriva quasi a ventaglio per ombreggiare, quasi a proteggere, tutta la scena della Natività. E l’insieme appariva come un’ostrica aperta col Bambin Gesù a fare da perla.

E che dire delle cortecce d’eucalipto per far da ponti sul ruscello e sul laghetto con gli stuzzicadenti per balaustre? E delle ghiande pazientemente svuotate per far secchielli e della farina rubata alla mamma per far la neve? Erano presepi più poveri di oggi, meno tecnologici, rispecchiavano i tempi certo, ma, a differenza d’oggi, coinvolgevano di più, sia i grandi che i piccini.

E man mano che si avvicinava San Silvestro, in quelle sere a.T.n. (ante Televisionem natam), ricordo la voce cantilenante della mamma che, per farci addormentare, recitava una poesiola di cui non ho mai saputo il nome, una specie di filastrocca che fa così:

L'anno vecchio se ne va e mai più ritornerà,
io gli ho dato una valigia di capricci e impertinenze,
di lezioni fatte male, di bugie e disubbidienze,
e gli ho detto "porta via questa è tutta roba mia".
Anno nuovo avanti, avanti,
ti fan festa tutti quanti,
tu la gioia e la salute porta ai cari genitori,
ai parenti ed agli amici rendi lieti tutti i cuori,
d'esser buono ti prometto, anno nuovo benedetto
.

Una poesiola breve e senza titolo che, solo a recitarla, ci catapulta nel mondo delle fiabe, in quel mondo magico cui pure appartiene la tradizione del presepe e della Natività. Cerchiamo di vivere questo periodo e di prolungarlo quanto più si può. Riappropriamoci del nostro incanto fanciullesco e dell’antica innocenza. Dimentichiamo inimicizie e rancori e tutti insieme, mano nella mano, in un grande girotondo intorno a quella grotta salutiamo la venuta tra di noi di Colui che ci ha insegnato la potenza dell’Amore.

Auguri a tutti.

Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante@tele2.it

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