Ecco perché le nostre chiese, in particolare nelle funzioni del primo mattino ma anche in quelle serali, si animano prevalentemente di persone anziane. Quando si è giovani e sani non si pensa affatto alla morte. L’eventualità del “non più essere” rifugge le giovani menti come la goccia d’acqua sulla piastra rovente e sostantivi come vecchiaia, malattia e morte vengono accomunati nella sfera delle cose astratte, percezioni di entità lontane ed estranee. E se per caso accade di perdere prematuramente un coetaneo la cosa stupisce come fosse un evento innaturale, quasi fuori dalla capacità di comprendere. Ma poi, gli anni passano.
Credo sia interessante osservare come vari il comportamento dell’”individuo-nato-cristiano” nei confronti della sua religione col variare dell’età. Tralasciando l’incidente del Battesimo che ci ha visti protagonisti del tutto passivi nel nostro primo incontro con Santa Madre Chiesa, durante la prima infanzia, sono le grandi festività cristiane, soprattutto il Natale, a farci percepire quel “quid” di sacro e di soprannaturale. Se la famiglia in cui nasciamo è osservante, ogni domenica parteciperemo al rito della Messa, pur non mancando di manifestare apertamente il nostro dissenso per quasi un’ora d’inattività silenziosa cui veniamo costretti.
Negli altri casi, entreremo nella Casa del Signore saltuariamente, in occasioni quali battesimi, comunioni, cresime e matrimoni, più raramente funerali, di amici e parenti. Intorno ai dieci anni, età prevista dall’autorità sacerdotale per avere accesso alla Prima Comunione, cominciamo a frequentare le apposite sale parrocchiali per essere debitamente catechizzati. La formazione religiosa, in questa fase, consiste nel tenere a memoria preghiere e precetti e nell’acquisizione, in chiave fiabesca, dei due momenti fondamentali della storia di Nostro Signore Gesù Cristo, la nascita e la morte. Passata la festa, ovvero rinchiuso nell’armadio l’abito bianco della cerimonia insieme all’aureola di santità, i bambini tornano a disertare assai laicamente chiese e parrocchie.
Un paio d’anni più tardi però si torna alla carica. Tra i dodici e i tredici l’appuntamento si chiama Cresima. Di nuovo sala parrocchiale, di nuovo catechismo, suppergiù un refresh di quello già fatto, e via, pronti a divenire “perfetti cristiani” dinanzi al vescovo. Ma anche questa volta, subito dopo l’evento, puntuali, giungono le diserzioni dagli appuntamenti col sacro. La cosiddetta formazione religiosa dell’”individuo-nato-cristiano” non è però che si limiti ai due momenti adolescenziali della Prima Comunione e della Cresima ma si esplica in modo costante sia nel triennio delle scuole medie inferiori che nel quinquennio delle superiori. Ben pochi studenti infatti rinunceranno all’ora di religione! Generalmente è un’ora di relax e ci si può fare di tutto; prepararsi per la lezione successiva, chiacchierare coi compagni ed anche, perché no, discutere amabilmente con l’insegnante di turno se esiste l’inferno e, appunto, dove andremo dopo la morte.
Il risultato di tutto ciò è una pressoché totale impreparazione in materia religiosa del giovane “individuo-nato-cristiano” italiano. Quanti studenti, licenziati magari a pieni voti dai nostri istituti superiori, pronti quindi ad affrontare gli studi universitari, sanno dire dove nacque Gesù? Fu a Betlemme o a Nazareth? Sanno che Gesù era un ebreo e che mai ebbe nei suoi pensieri l’idea di fondare una nuova religione? Sanno dire da quanti testi è composto il Nuovo Testamento? La maggioranza di loro non saprebbe rispondere nemmeno ad una delle tre semplici domande. Come spiegarsi dunque una tale, imbarazzante quanto clamorosa, ignoranza se non col fatto che lo studio della religione, impostato così com’è, e delegato in toto all’autorità ecclesiastica, ha suscitato nella maggioranza dei giovani uno sconsolante disinteresse? I nostri giovani non hanno mai studiato la storia della loro religione: sono solo stati catechizzati (male).
Durante gli anni della mia vita quando venivo avvicinato e mortificato dalle affermazioni dei Testimoni di Geova che mettevano vergognosamente a nudo la mia ignoranza in materia religiosa, rispondevo che con moglie e figli a carico avevo un bel trottare tutto il giorno ma che se mai avessi avuto il tempo d’approfondire certi temi avrei cominciato partendo dalla mia di religione. In effetti è quello che sto facendo in questa fase della vita con grande impegno. Sarà forse per questo che non riesco a trovare il tempo di frequentare assiduamente le funzioni religiose. Vorrei però concludere questo mio discorso sull’ignoranza in materia religiosa in cui versa l’”individuo-nato-cristiano, almeno qui in Italia, riportando le parole del professor Remo Cacitti, insegnante di Letteratura cristiana antica e Storia del cristianesimo antico alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano:
“… In virtù degli accordi che regolano i rapporti fra Repubblica Italiana e Santa Sede, l’insegnamento della religione, denominato <<insegnamento della religione cattolica>>, viene dismesso dallo Stato e appaltato alla Chiesa cattolica romana in tutte le scuole d’ogni ordine e grado, a eccezione dell’università. Spetta infatti ad ogni singolo ordinario diocesano la formulazione dei programmi, il reclutamento degli insegnanti e, addirittura, la vigilanza sulla condotta privata di quest’ultimi, per cui, se ritenuta incompatibile con la morale cattolica, il docente può venire rimosso. Al di là degli aspetti giuridici (art. 33 della Costituzione), l’insegnamento della religione cattolica si configura come l’estensione in ambito scolastico della catechesi di quella Chiesa, garantita al pari di ogni altra forma religiosa, dall’art. 19 della Costituzione stessa. … Ciò che appare del tutto indebito è che la catechesi confessionale si sostituisca all’insegnamento pubblico, poiché la prima deve conformarsi a un sistema teologico (il dogma), l’altro è, come sancito nella Carta fondamentale, assolutamente libero. Che non si tratti di sottigliezze lessicali possiamo constatarlo con un esempio: di fronte alle attestazioni evangeliche secondo cui Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle (Mc 6,3 Mt 12,46 Gv 7,3 At 1,14) il docente di religione può, in buona e formata coscienza, farsi persuaso che si tratti di veri e propri fratelli e sorelle, ma non potrà mai insegnarlo, pena la revoca dell’incarico per difformità dalla dottrina ufficiale della Chiesa….”
Sic transit…
12 febbraio 2009
Scrivetemi! Ci faremo quattro chiacchiere in salotto... quello buono.
Il mio indirizzo e-mail: enzolattante@tele2.it
Commenti
06/03/2009
Michele
Caro Enzo, io non ho la preparazione culturale-scolastica adeguata per affrontare l’argomento di cui sopra, da te proposto in riflessione e in discussione, ma ho soltanto quella, semplice, esistenziale. E’ all’orizzonte , non troppo lontano, il traguardo dei miei settanta anni e ritornare indietro con la memoria per tanti anni, anche se lo faccio spesso in questi ultimi tempi, dopo la cessazione dell’attività lavorativa, mi procura talvolta tristezza, malinconia e sensazione di solitudine. Aggiungi poi, come sai e come tu stesso hai provato, la constatazione dell’impotenza umana davanti a crudeli scelte del destino e quello che allora ne vien fuori, sembra un quadro desolante della nostra esistenza. Sai, ho letto e riletto varie volte le famose duecento lettere di Seneca ed anche per questo mi son convinto che non è affatto così. Tu mi dirai cosa c’entra questo discorso con l’individuo nato-cristiano.
Ma se non ti afferri pure alla religione, qualunque essa sia, non riesci ad andare avanti. Come superi le difficoltà della vita, come ti difendi, come fai a scoprire il bello della vita, non certo solo con la filosofia. Ecco allora che, come tu hai scritto e ben descritto, appare il nostro curriculum religioso da cristiani battezzati, comunicati e cresimati, molto spesso per evidenza (alla nascita) e/o per diffusa poca cultura religiosa negli anni successivi. Credo che in ognuno di noi sia presente l’istinto di scoprire l’ignoto, di ampliare le proprie conoscenze, nel tentativo di capire chi siamo. Anche per questo provo diletto nel seguire ogni attività spaziale, nel più ampio senso del termine. Ai primi anni 70’, da poco arrivato giovincello a Maglie, ebbi l’occasione di incontrare casualmente un Testimone di Geova (era il Capo di questa Zona) il quale, come anche a te accaduto, mi mise subito in difficoltà nel farmi semplici domande sulle Sacre Scritture. Nonostante i miei impegni lavorativi, gli proposi di incontrarci più spesso, di darmi il tempo di “studiare” quello che già avrei dovuto sapere da cristiano- cattolico, mentre lo stesso mi forniva ampia documentazione.
La storiella, molto difficile da affrontare in quanto trattatasi ovviamente di fatti non scientifici, andò avanti per un paio di anni, durante i quali contestai alcune sue affermazioni, non provate da nulla, e quindi, restando ognuno sulle proprie posizioni, mi allontanai definitivamente dal gruppo rappresentato. Ma fu una esperienza che mi servì comunque e durante quel periodo, se ben ricordo, ci fu una intensa ripresa del clero nella diffusione delle Sacre Scritture presso moltissime abitazioni. Penso che noi tutti dobbiamo rispettare ogni religione, anche se non nostra. D’altra parte siamo nati in un Paese cattolico e questa è la nostra religione. Se fossimo nati in altri Paesi saremmo forse Musulmani, Buddisti, ecc.
Io non so se la nostra religione di cristiani sia la giusta o meno, ma nemmeno so se le altre lo siano e quindi, per fede, mi tengo la mia, detto così come mi viene o mi sbaglio?
Definito che la nostra religione è questa, tu elenchi tutta una serie di situazioni che sembrerebbero fare poco o nulla per meglio acculturarci in merito. Ma il sig. Raffaello, ti ha, in parte, già risposto.
Molti di noi non vanno quasi mai in chiesa (sbagliando) ed io non sono con te d’accordo quando dici che si trascorre un’ora in costretto silenzio. In chiesa si parla con la propria anima, se si è veri cristiani, anche se non c’è il Gesù di Don Camillo che parla……
Ora mi fermo per evitare l’off topic o richiami da te o da altre persone che sanno tanto, ma tanto più di me. Quando vorrai, potremo parlare un pochino, invece, di shuttle, di stazioni spaziali, di satelliti artificiali e di tantissime altre tecnologie spaziali in corso alle quali si dedicano molte nazioni e che pur riguardano attività celesti…….
Cari saluti
Michele
Mio buon amico, Michele, la tua nota di commento, per la quale ti sono grato, meriterebbe un approfondimento ben più degno delle mie modeste parole. Intanto ti faccio i miei migliori auguri per i tuoi “quasi” settant’anni affinché rappresentino un’altra tappa intermedia del tuo percorso vitale, però, poi, lascia che ti dica che dal tuo scritto emergono diverse contraddizioni che sono le contraddizioni di gran parte degli individui-nati-cristiani in Italia. Se infatti condividiamo il concetto che il pane spirituale di cui abbisogna l’essere umano gli viene fornito dalla filosofia e dalla religione, quanti di noi possono dirsi ferrati in entrambe le materie? Mi dici d’aver letto le “Epistole” di Seneca, una lettura che sinceramente t’invidio, ma il tuo sgomento dinanzi a certi eventi tragici mi dice che ben poco hai assimilato dello stoicismo del grande personaggio che dell’”apatheia”, ovvero dell’impassibilità nei confronti dei casi della vita, aveva fatto il suo “modus vivendi”. Hai mai pensato che all’incirca negli stessi anni in cui Seneca scriveva al suo amico Lucilio, utilizzando un genere letterario (appunto le “Epistole” a carattere filosofico) già usato da Platone ed Epicuro, un altro ancor più grande personaggio, San Paolo, con le sue “Epistulae” gettava le basi dottrinali del nascente cristianesimo?
Condivido, infine, il tuo pensiero quando dici che molti di noi, nati-cristiani, sbagliamo a non frequentare più assiduamente le nostre chiese ma, al contempo, non posso impedirmi di chiedermi: sarà solo e sempre colpa del fedele-poco-fedele o la responsabilità di avvertire quella frequentazione più come un dovere che come una necessità dell’anima dovrebbe essere ripartita anche con altri?
Con gratitudine. Enzo.
26/02/2009
Cristina
Ciao Enzino....Bellissimo il tuo ultimo articolo. Bravo, bravo!!!
Stendendo un velo pietoso sulle programmazioni scolastiche, sono d'accordo sul fatto che la catechizzazione, non solo avviene in malo modo, ma non trasmette i veri principi per costruire un cuore cristiano. Da quando ho intrapreso il mio cammino di fede, ho scoperto che non basta sapere i 10 comandamenti per affermare di essere un cristiano. Il punto è che sembra che tutti, e dico tutti, diano per scontato di sapere cosa prevede la dottrina cristiana. La conversione ha un inizio, ma non una fine perchè dura tutta la vita, e per tutta la vita impareremo ogni giorno qualcosa in più della sfera cristiana. E' come studiare noi stessi per capire Dio, e per comprenderlo è come se dovessimo annullarci da questo mondo in cui viviamo. E'come se dovessimo resettare il nostro cuore per purificarci...questo è una stralcio di come dovrebbere essere un perfetto cristiano.
Cristina
Grazie Cristina per aver gradito. La ricerca di Dio è come quella di noi stessi: è un percorso razionale che finisce solo con la vita stessa. Al di là della ragione c'è la fede ma non si può pretendere che in suo nome, si debba anche credere alle favolette! Vivere nell'ignoranza facilita il compito di chi pretende, pur vivendo anch'egli su questa terra, di conoscere quale sia veramente la volontà di Dio.
Un saluto a te.
26/02/2009
Raffaello
Carissimo Enzo, è molto reale il quadro che delinei sulle scarse conoscenze in materia religiosa di gran parte del popolo di fedeli. In effetti non ho mai visto molto entusiasmo al riguardo nè da parte del corpo docente nè da parte di chi apprende. L'insegnamento sia del catechismo, sia della "Religione", intesa come materia scolastica nei vari gradi d'istruzione, è rivolto a un auditorio troppo giovane e troppo distratto da interessi più futili e privi di valori per potersi concentrare su una materia complessa e a volte troppo distante. Sembra allora più semplice e, forse, più opportuno concentrarsi sull'insegnamento delle storie dei "miracoli", che per la loro stessa natura fanno più presa su grandi e piccini, trascurando magari le nozioni fondamentali della dottrina cristiana. Io credo che sia viva in ciascuno di noi la memoria di come i nostri nonni o i nostri genitori imparassero in maniera ripetitiva e pappagallesca alcune preghiere e litanie in latino. Veniva fuori un florilegio di frasi sconnesse e prive di significato ("Santa delli cenetri" per esempio, che stava per "Sancta Dei genetrix"), che però venivano ripetute con un fervore che può derivare solo da una fede profonda ed incrollabile. E' proprio la Fede (con la effe maiuscola) a subentrare ed a colmare i vuoti lasciati dalle lacune dottrinali. Il confronto con i "Testimoni di Geova" forse è un po' fuorviante, a mio avviso, perchè in quel caso ci si confronta con dei veri e propri "Missionari" appositamente preparati ed indottrinati. Credo che la preparazione di questi "predicatori" debba essere comparata a quella del clero piuttosto che a quella di un qualunque fedele.
A presto rileggerti e con profonda amicizia
Raffaello Comi.
Mio affezionato lettore ma soprattutto carissimo amico Raffaello, condivido che le tesi dei “Testimoni” andrebbero confutate da chi possiede solide basi dottrinali; il fatto è che quei signori cercano di convertire non i nostri sacerdoti ma le persone normali e molte volte ci riescono proprio approfittando dell’enorme ignoranza in materia religiosa in cui quelle persone versano.
La “Resurrezione”, la “Nascita Verginale”, la “Preesistenza” di Gesù hanno fatto del Cristianesimo una delle costruzioni intellettuali più complesse della storia ma, (cito Corrado Augias) “dirsi fedeli di una religione limitandosi alla semplicità di alcune <<favolette>> non è degno della stessa religione.”
Ciò che auspico, che magari non è emerso con chiarezza dal mio “pezzo”, è che almeno negli istituti superiori (superata l’età delle favole) si insegni seriamente, con insegnanti laici, una “Storia delle Religioni” che risponda alle reali esigenze di conoscenza dei giovani. Sono convinto che studiare la storia non significhi obbligatoriamente, come evidentemente qualcuno teme, perdere la fede.
Con affetto, Enzo.